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Due poeti abruzzesi
di NICOLA FIORENTINO
Nell’introduzione alla sua recente antologia di poesia dialettale italiana (“Cinquanta poesia per Biagio Marin”, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, 2009), dopo aver sottolineato che il Friuli, nell’ultimo scorcio del XX secolo, assieme alla Romagna, ci ha dato il maggior numero di poeti di alto livello, la curatrice Anna De Simone così annota: “Colpisce e sgomenta e pone tanti interrogativi il fatto che non pochi autori di liriche splendide, poeti che hanno utilizzato per i loro versi dialetti centromeridionali, abbiano lavorato quasi sempre in solitudine, all’interno di una cerchia di pochi amici, senza il minimo sostegno né della critica, né degli editori. Eppure, dando prova di un’energia pari alla disperazione, hanno rinnovato e reinventato la poesia in dialetto, liberandola dai lacci del vernacolo e della retorica e dai ‘cliché’ vecchia maniera”.
Il pensiero mi corre a due ottimi poeti abruzzesi, che avrebbero tutti i titoli per essere meglio conosciuti, ed apprezzati, a livello nazionale. Parlo di Mario D’Arcangelo e di Vittorio Monaco. Ma, innanzi tutto, una premessa.
Spesso nelle riviste specializzate ci si imbatte in ‘poeti’ (e sono la maggioranza!) che, oltre a qualche rara metafora e tanto garbuglio verbale, non dispongono di altre risorse. Costoro ignorano la magia del ritmo e dei valori eufonici, su cui la critica e la teoresi scientifica hanno giustamente insistito, per lo meno a partire dal romanticismo fino ai nostri giorni. Per non dire, poi, dei simbolisti francesi. Ricordate Verlaine? “De la musique encore et toujours !” E poi: “Que ton vers soit la bonne aventure / Éparse au vent crispé du matin / Qui va fleurant la menthe e le thym… / Et tout le reste est littérature”.
Oggi va di moda la forma della strofa aperta. Non più metrica, non più rime: solo versi liberi! Sicché, per apparire ‘moderni’, molti credono che basti incolonnare un po’ di parole, tornando a capo così, a capriccio, o magari disponendo le frasi in uno schema calligrafico, perché voilà… il gioco sia fatto.
Non si considera abbastanza che la strofa dallo schema fisso ha in se stessa le ragioni della propria musicalità. Vogliamo considerarla superata, abusata? Bene, ma, a parte l’ovvia considerazione che il vero poeta è sempre capace di ridisegnarne le movenze (come del resto in alcuni casi già avviene), dovremmo pur ammettere che, fatta tabula rasa delle strutture tradizionali, non si può più fare a meno di un nuovo principio costitutivo, di una nuova fonte di armonia strutturale. Senza di che si ricade nella prosa o, peggio ancora, nella sciatteria.
Oltre a ciò – ed è già questo un progresso – ci si accontenta di connotazioni orizzontali, slegate tra loro, mentre non si dovrebbero trascurare i fattori sovrasegmentali ed una semasiologia che si realizzino nella verticalità della struttura. Come dire che sacco vuoto non sta ritto (e chiedo scusa per la rozzezza del paragone). Se, poi, il concetto non risultasse ancora chiaro, tanto per fare un esempio universalmente noto, si pensi alla musicalità delle allitterazioni intessute, in lungo e in largo, nell’Infinito leopardiano.
Ed ora torniamo ai due poeti citati all’inizio.
Di Mario d’Arcangelo, poeta di Casalincontrada ed autore di una silloge intitolata Senza tempe (Edigrafital, 2004), in altre occasioni, tra l’altro, ho lodato l’innata maestria con cui tratta le figure formali, vale a dire il ritmo, il tono, la durata, gli accenti, il timbro, le allitterazioni, le assonanze, e, insomma, tutte quelle iterazioni sonore che alcuni formalisti russi, tra cui Osip Maksimovic Brik, indicano come la specificità del linguaggio poetico. Ma c’è un procedimento in D’Arcangelo, tipico della composizione musicale, che non ho ritrovato in nessun altro poeta abruzzese: da una cellula ritmica, disseminata verticalmente lungo il testo, l’autore ricava altre svariate figurazioni per aggiunta o per sottrazione di sillabe.
Ultimamente il Nostro si è classificato primo al concorso nazionale di poesia dialettale, Vie della memoria (Pescara, 2009). Qui di seguito, però – nel mentre invito i lettori ad interessarsi all’opera di questo poeta – mi piace riportare la lirica “Settembre”, che io ritengo il suo capolavoro, e “L’utema vote”, un componimento che resuscita nel nostro dialetto (pensate un po’!) l’antico esametro classico: misura che, approdata alle pendici della Maiella, suona, insieme, familiare ed insolita, carezzevole ossimoro ad un ben costrutto orecchio. E, in fin dei conti, è pur sempre una bella creatura della neo-dialettalità.
Settembre
Ste nùvele che passe
pe cile areschiarate de settembre
penze ca purtarranne le recurde
repuste a la memorie de lu monne.
Tu l’ aretruve, se ce huirde dentre
recunzegnate sane da lu tempe,
mo ch’ ha sbanite magge
e lu chiove jamà se n’ ha rejìte,
lu ruscegnole è nustalgia doce,
lu hallucce de marze ha revulate.
Stìnnete, terra mé, a vracce aperte
tra culle e busche e sùleche de vente.
E sunne le jurnate
de feste pe le prate,
le stròppele de sole allucentite,
lu cante de le starne a le ssulate.
L’ùtema vóte
Pròprie la sere annante nonne vascése la crone,
(jìve a penzà…), vascése la tavule, appena pijate
n’ogne de cibbe. Po’ nghe nu ccune-ccunélle de fiate:
“Mo’ me ne vaje da hàvete”, disse, purtènnese ‘n glòrie
tutte chille de nnante, aunìte nghe l’àneme sante
de lu prehadòrie. Appresse sajése la ‘mbrije,
dope l’Angele e po’ jive i’, nghe lu nome de Ddì.
L’ùtema vóte accuscì salutive e vascive la nonne,
ligge de cchiù de na piume. Aveve landate a nu pizze
vìnnele, fuse, vertecchie e chenocchie, urdenate e repuste
tutte a lu stesse poste addó ci-avé pazzejate,
ucchie de stelle, facce a surrise nghe l’ ànzeme ‘n ganne,
forze la prima vóte quande tenéve tre anne.
“Nevèlle e altre vie” è il libro postumo di Vittorio Monaco, pubblicato a Sulmona, nell’ottobre scorso, a cura dell’Associazione “Voci e Scrittura”. Vi compaiono liriche in dialetto di Pettorano sul Gizio e in lingua. Se nelle prime ritornano – e come avrebbe potuto essere diversamente ? – le tematiche del paese svuotato dall’emigrazione ed ecco, dunque, la solitudine, il silenzio, la Neve che cade nel vuoto disumano di strade deserte, il Vento che entra ed esce dalle finestre sgangherate, il Tempo che sembra essersi fermato ed, invece, come un tarlo, incalza e morde per il disfacimento di quanto resti della presenza umana, l’Indifferenza metafisica che grava sul mondo; nelle seconde, invece, c’è aria di attesa, c’è la luminosità della primavera, c’è la promessa di un eterno ritorno. Geniale sintesi di una parabola, insieme artistica ed esistenziale!
Ma, per tornare all’assunto analitico da cui siamo partiti, si legga “Vie di montagna”. Cinque quartine di settenari, in maggior parte con gli accenti principali sulla seconda e sesta sillaba. In soli quattro casi gli accenti cadono sulla prima e sesta. L’ultimo verso, però, è un senario sdrucciolo. Dunque, siamo in presenza di una palese iterazione ritmica all’interno di una struttura chiusa. Ma la sentiamo aperta in virtù delle lunghissime pause, veri e propri ipersegni, che dilatano la suggestività del testo. E, insomma, sono tali pause che costituiscono la vera ossatura di tutto l’impianto. Lascio al lettore il godimento estetico di ascoltare interiormente le significazioni metafisiche di quei silenzi. Solo mi limito ad indicarli con il segno /.
Vie di montagna
Le vie di montagna
seguono corsi strani.
Non sanno dove vanno
e portano lontano.
Questo, / tra le ramaglie
e cespugli a mezz’aria /
sporgenti dalle faglie
di rocce millenarie,
conduce, in alto / ai faggi. /
A cieli lunghi e chiari… /
Remoti eremitaggi /
di falchi solitari, /
verdi silenzi /, alpeggi /
di stazzi in abbandono /
senza odori di greggi, /
tra declivi / e ciglioni -
radure, / in cui fermenta
più lieta l’erba / e attende
l’orma / di qualche dio.
Che i fiori presentono.
Anemone
… fiorire, rivivere, io
non più io, ibisco, acacia,
conca aperta e tremante di un anemone.
(G.Conte)
Che ne saprà l’anemone,
comparso al primo fiato
di marzo in fondo al prato,
nella sua tinta tenue
che ricorda la cenere
dell’ inverno passato?
Che ne saprà, innocente,
del buio e del dolore
di millenni di storia,
lui, ignaro stupore,
nato senza memoria
prima delle viole?
Tra il muschio e il lichene,
sotto la tersa volta
del cielo, odora tenero…
Come la prima volta.
Maria teresa Barnabei
10 gennaio 2010 a 09:23
Ottimo.maria teresa Barnabei