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IL ROMANZO VISTO COME SCENEGGIATO TELEVISIVO
Il mio incontro con l’opera di Giuseppe Mezzanotte avvenne in maniera del tutto casuale, come a volte avviene per quelli che segnano una vita. Frequentatore abituale di librerie e di botteghe antiquarie del libro, mi ritrovai, un giorno, nel seminterrato di un umido fabbricato dove, con pochissima luce, si poteva rovistare fra cataste di libri da catalogare e polverosi scaffali a dire il vero ben ordinati. Su di un ripiano un biglietto scritto a mano, in bella calligrafia, leggermente ingiallito recitava: «Letteratura italiana dell’800».
In ordine approssimativo c’erano allineati memoriali ed antologie di racconti, ponderosi romanzi ed esili scritti «inediti e rari».
Se la mia attenzione si fermò sul libro di Mezzanotte, fu dovuto al titolo, come è facile capire.
Quel Senàrica preceduto da quella parola inquietante – «tragedia» – mi fece drizzare le orecchio. Erano anni che volevo saperne di più sul paesino dal quale una incontrollata leggenda familiare vuole che i miei antenati discendano.
(E sarebbe stata anche l’unica delusione che il romanzo mi avrebbe riservato, poiché come si vedrà, non di quella Senàrica parla, ma di un luogo della memoria).
Presi in mano il volume e ne guardai la copertina lucida e ben composta. Sotto il titolo, traguardato tra due righe marroni, c’era il nome del curatore e più giù decentrata verso sinistra la riproduzione di un bel dipinto del secondo ottocento.
Contro una parete color avorio, stuccata con pregevoli fregi, ci sono dei tavoli di legno scuro coperti di marmo. Ad uno di essi, intenti a giuocare a scacchi, un militare ed un civile si stanno squadrando. Intorno, a seguire attentamente il gioco, ci sono da un lato un uomo seduto a fianco del militare con un cane maltese legato ad un vezzoso collarino rosso; di fronte in piedi, un giovanotto con cappello di paglia sulle ventitré che alla lontana fa pensare al primo Chevalier, e più in basso, accigliato o forse semplicemente assorto un altro militare. Questi con la visiera del berretto davanti gli occhi guarda la scacchiera e si tiene la testa con la mano lievemente piegata. In secondo piano, quasi nascosto dal giovanotto in paglietta, un signore vestito di scuro e con un severo cilindro sembra seguire un proprio ordine di pensieri o almeno ciò lascia immaginare quel poco di faccia che resta scoperta al di sopra della barba e dei baffi.
La luce è morbida, pomeridiana. Da una finestra alle spalle dell’uomo in cilindro penetra un chiarore irreale, che sembra passare attraverso le cose senza illuminarle.
Da fuori campo, a sinistra, una sorgente di luce più forte schiaccia le ombre sul pavimento creando l’unico chiaroscuro del dipinto.
Se mi sono attardato a descrivere questa gradevole scena da caffè, ciò è dovuto alla natura del soggetto che mi sembrava, allora, completamente scollato dall’argomento che il libro, almeno dal titolo, prometteva di trattare.
Acquistai il libro e la sua lettura mi rivelò un romanzo che ad una critica stilistica rigorosa mostrerà forse qualche difetto di costruzione, ma che per dovizia di temi, per acume psicologico e tenuta narrativa è sicuramente fra i più stimolanti del secondo ottocento.
Eccone la trama.
Siamo a Senàrica, una cittadina dell’entroterra abruzzese, intorno al 1880. Un anziano possidente, don Pellegrino Pinti, sta per spirare tra confuse memorie e imprecazioni contro la rapacità dei parenti. Intorno a lui s’aggirano nipoti cialtroni, servitori svogliati, confessori di famiglia e i due fratelli, don Clementino, astuto uomo di legge e di potere e don Andrea, di condizione molto più modesta ma nella cui onestà il moribondo sembra riporre fiducia, tanto che lo manda a chiamare e sta per fargli quale importante rivelazione quando le forze lo abbandonano.
Andrea ha un figlio, ‘Nanìa, studente di diritto a Napoli, che fa ritorno al paese per le vacanze estive. Una sera, al termine del pranzo, il padre rievoca con lui la lunga trama di frodi e di torti che i due fratelli gli hanno fatto patire, culminata nella eredità quasi irrisoria che gli è toccata alla morte di don Pellegrino. In questo modo i due hanno inteso punirlo per aver violato, sposandosi e per di più con una popolana, la tradizione familiare che proibiva ai cadetti di prendere moglie indebolendo l’asse patrimoniale. Nonostante questo, la sua generosità aveva indotto Andrea nel 1860, a sottrarre i fratelli Pellegrino e Clementino – loro borboni incanagliti – alla vendetta popolare, intercedendo con la sua autorità di vecchio carbonaro.
Ma ben presto i due si sarebbero associati con abile mossa trasformista, al potere unitario, facendo di nuovo a meno del fratello e tramando per annientarlo. All figlio, rassegnarsi a questa situazione, sembra impossibile e ingiusto.
Comprensione e sollievo da simili preoccupazioni ‘Nanìa trova nella casa dello zio don Decoroso Granata, figura di galantuomo amante dei piaceri domestici, dove il giovane trascorre le serate in compagnia della cugina adolescente, Norina, che segretamente ama; di Luigino de Yennis, gibboso e sognatore, ma non fino al punto di sperare di essere contracambiato da Norina; e del professore Impallomène spretato pedante che ama rivolgere goffe galanterie a Sabellina, la vezzosa sorella di ‘Nanìa. Certe allusioni e silenzi nel corso di una di queste cene restituiscono ‘Nanìa alle sue inquietudini. Prenderà una soluzione drastica: affronterà lo zio, don Clementino, nel suo studio legale e gli rinfaccerà tutte le malefatte perpetrate ai danni del fratello. E’ facile per il vecchio avocato controbattere con argomenti desunti dalla morale degli affari, spingendosi fino a considerazioni poco ortodosse sull’amor di patria e sui doveri di un uomo sposato – Andrea, padre di ‘Nanìa – verso la famiglia. Il giovane esce convinto dell’impossibilità di cambiare lo stato delle cose a suo vantaggio, stante la sua incapacità ad assumere atteggiamenti cinici e senza scrupoli come quelli dello zio Clementino e deciso a seguirne i consigli pratici che tuttavia ha frainteso in senso molto astratto.
Dopo qualche settimana ‘Nanìa si lascia convincere ad unirsi, insieme ala sorella Sabellina, alla compagnia di don Decoroso, in partenza per la villeggiatura ai bagni di Saetta. Assapora per la prima volta e completamente i piaceri della mondanità perciò decide di prolungare assieme alla sorella e a Impallomène il periodo della villeggiatura. Don Decoroso torna al paese con la famiglia: «Quei due giovani mi danno da pensare» dice alla moglie ed è un facile profeta, dato che dalla incontrollata convivenza di Sabellina con il professore Impallomène deriveranno ulteriori angustie per ‘Nanìa e per la famiglia.
Sono passati alcuni anni. Una mattina ‘Nanìa, emaciato con un filo di barba e una cicatrice sulla guancia fa ritorno al paese non riconosciuto da nessuno.
Lasciatosi abbagliare da piaceri e dissipazioni al di sopra dei suoi mezzi, ha visto esaurire le sue risorse quando era ancora lontano dalla conclusione degli studi. Solo, dal soggiorno napoletano, ha acquistato una certa audacia velleitaria e arrogante che qui dimostra strapazzando un umorista da caffè che lo ha preso di mira.
Le ragioni per cui ‘Nanìa è tornato sono gravi. Sabellina e il professore Impallomène sono fuggiti e convivono more uxorio sotto falso nome in una località del sud sconosciuta e quasi alla fame. Il vecchio Andrea Pinti e sua moglie sono disperati e quasi morti di vergogna. ‘Nanìa si mette4 sulle tracce dei due li trova e li conduce al matrimonio.
La preparazione di un grande presepe nella ricorrenza di Natale in casa dello zio, don Decoroso, è l’occasione per ‘Nanìa per riscaldarsi il cuore e per mostrare il suo estro e il suo entusiasmo rinato. Luigino de Yennis è ora promesso sposo a Norina, circostanza questa che sembra intristire la vena romantica di ‘Nanìa.
Nel frattempo, a Don Clementino morto da poco, succede il figlio Bastiano, che aggiunge ai difetti del genitore l’inettitudine e l’arroganza. Non è mutato invece il metodo del governare sulla piccola comunità: il trasformismo. Lo dimostra nel corso di una disputa al consiglio comunale poco prima delle elezioni durante la quale Bastiano si schiera per demagogia populista con il vescovo e con tutti quelli che vogliono festeggiare il Beato Pellegrino Laziosi al quale la popolazione di Senàrica è devotissima. Così si assiste allo scandalo di una fazione liberale di sinistra che diventa fautrice promotrice di un’opera religiosa. Il dottor Teodàto Porperio, vecchio quarantottista e onesto liberal-socialista si disgiunge dai compagni di partito e si dimette dalla giunta. Durante i festeggiamenti scoppia un incendio; ‘Nanìa compie un grande atto di coraggio gettandosi fra le fiamme per salvare sua cugina e riscatta così il proprio atteggiamento abulico finora dimostrato.
Ma il comportamento coraggioso di ‘Nanìa fa da deterrente a ben altre situazioni. Norina, salvata da sicura morte, nel cortile del palazzo avito, bacia il cugino teneramente, rivelando così la trama doppia dei loro stessi sentimenti e procurando a ‘Nanìa un profondo senso di colpa. Luigino de Yennis che ha assistito impotente al salvataggio della sua promessa ad opera dell’amico viene preso dallo sconforto e confida a ‘Nanìa l’intenzione di lasciargli campo libero con Norina non sentendosene più degno.
Il dottor Porperio dopo aver abbandonato i liberali di sinistra che fanno capo ai Pinti, nell’imminenza delle elezioni, decide di creare un proprio gruppo per ridare dignità alla sinistra e sottrarla all’influenza nefasta di chi finge – gattopardescamente – di tutto cambiare, affinché tutto resti come prima.
Suo alleato in questi propositi è ‘Nanìa, che nell’azione vuole affogare la cocente amarezza derivategli dalla rivelazione avuta da Norina a cui, per lealtà verso l’amico Luigino, non intende dare seguito; ma anche in odio al cugino che ha ereditato dal padre il gusto del potere e la tendenza al clientelismo. La nuova compagine politica fonda un giornale, «Il Vindice»; cerca di sottrarre clientela agli avversari creando una Banca Popolare a cui all’occorrenza i poveri possono ricorrere per avere un minimo aiuto nei momenti di necessità, e soprattutto con una capillare azione di smascheramento del trasformismo depretiano.
La morte di Garibaldi procura al dottor Porperio ed a ‘Nanìa un ottimo sussidio alla loro causa. Essi mobilitano reduci e operai e, prendendo alla sprovvista la torpida amministrazione comunale, indicono una grande manifestazione commemorativa e la sfruttano a fini elettorali. Il successo è grande; ed alle elezioni per la prima volta nella lista per il consiglio comunale entrano degli artigiani rappresentanti del popolo.
Bastiano Pinti mastica amaro e non resiste alla tentazione di impartire una lezione a chi,, per la prima volta, ha osato ribellarsi alla prepotenza politica della sua famiglia. Una notte mentre sta rincasando, ‘Nanìa viene assalito da due malintenzionati in cui egli riesce ad individuare contadini del cugino avversario.
Datane denuncia tramite il giornale del dottor Porperio, il Vindice, egli nel frattempo allo scopo di tagliare l’erba sotto i piedi a chi lo accusa di ogni dissolutezza e di incapacità, decide di correre a Napoli e di cercare di strappare la laurea in legge. Unica persona a cui sente di poter chiedere aiuto economico: Norina. Ed alla cugina egli si confida. Avutone ogni appoggio, parte per Napoli ed in pochi mesi passati a studiare, egli raggiunge lo scopo. Ottiene la laurea e torna a Senàrica. Norina intanto è andata sposa a Luigino de Yennis, ed egli è sicuro che non è felice; Bastiano approfittando della sua assenza ha tessuto una nuova trama per screditarlo e lo ha pubblicamente accusato di mendacio dalle colonne de «L’Indipendente» a proposito dell’aggressione da lui denunciata. Tutti sembrano abbandonarlo e la vita politica scolora in un lento riflusso. Per dare uno scossone a tutto ciò ‘Nanìa sfida a duello il cugino. Bastiano tenta in ogni modo di sottrarsi alla sfida, giungendo fino alla delazione all’autorità giudiziaria ed alla forza pubblica. Ma a questo punto egli perde la faccia e viene costretto ad accettare la sfida dai militari del cui distretto egli è uno dei delegati e dagli stessi compagni di partito. ‘Nanìa ha la meglio, ma insultato dal cugino in punto di cadere ferito, egli lo irride. Un Colonnello che gli fa da secondo lo rimprovera per il gesto poco cavalleresco. E ‘Nanìa scambia il rimprovero per un’accusa di viltà e se ne dispera. La gratificazione che egli si aspettava dalla sfida gli rimane in gola. Come non bastasse don Andrea gli rimprovera l’odio per il cugino carnale e ricorda il diverso atteggiamento da lui tenuto nel 1860, quando egli salvò la vita ai fratelli dopo che essi nulla avevano fatto per sottrarlo alla galera, anzi avevano approfittato della sua reclusione per dilapidarlo di tutto il patrimonio.
‘Nanìa sente di aver toccato il fondo. Arriva perfino ad assolvere il defunto zio Clementino per le sue malefatte ed imputa a se stesso ogni colpa della propria attuale condizione. I fantasmi dell’autodistruzione che ‘Nanìa si porta dentro dall’infanzia e che presero corpo, forse, nei lunghi racconti di turpitudini e di abiezione imputabili ai Pinti e che la madre gli ammanniva in odio alla famiglia del marito che la disprezzava, tornano a visitarlo. Egli sfiora anche l’idea del suicidio. Ma poi un giorno Norina, la sua dolce e non goduta Norina, arriva con la grande notizia! Impallomène è stato reintegrato nei ruoli dell’insegnamento, ha potuto fare un concorso per una cattedra universitaria e l’ha vinta! Ora si appresta a tornare a Senàrica insieme a Sabellina per riscuotere il compenso della sua muta tenacia e della sua riconquistata dignità.
‘Nanìa affronta con maggiore serenità il giudizio del tribunale per il ferimento del cugino. Condannato ad un anno di confino, egli lo dedica, in Vibrata, all’approfondimento della scienza giuridica ed allo studio dei filosofi positivisti. Al ritorno, lo scontro finale con Bastiano.
In tribunale ‘Nanìa difende un povero mugnaio accusato di aver ucciso un signorotto che gli insidiava la moglie. Bastiano invece sostiene la pubblica accusa. Per il Nostro il compito è ostico: ma egli riesce a convincere i giudici che mandano assolto l’assassino. Don Andrea Pinti non regge alla gioia e si spegne davanti al trionfo del figlio amatissimo.
«Ho fatto l’ultima bestialità» commenta amareggiato ‘Nanìa davanti al cadavere del padre. Ed in questa frase c’è tutto il carattere di una grande figura di eroe sconfitto.
Non è stato facile riassumere la storia narrata da Giuseppe Mezzanotte anche se nel «Sole» del 2 settembre 1887 il critico Felice Cameroni nel recensire il romanzo annota che «nulla tranne il titolo c’è di teatrale ne “La tragedia di Senàrica”» e più avanti ne apprezza «… semplicità di disegno di azione e di caratteri…».
Il romanzo dello scrittore abruzzese può essere definito «la storia di una minuscola società (…) apparentemente sconvolta dall’avvento di quel regno d’Italia che ha distrutto il mondo borbonico e che promette tutte quelle cose che possiamo fantasticare» (G. Manganelli).
Come dire un mondo, tutto sommato, che promette molto di più di quanto possa mantenere e che si precisa in un microcosmo provinciale che anche se scosso dall’incalzare dei tempi nuovi, resta profondamente legato ad antichi pregiudizi destinati a durare ancora per molto, o forse ad essere conservati ad ogni costo.
Indubbiamente «La tragedia di Senàrica» appare ancora oggi l’opera del Mezzanotte che più di ogni altra riesce a far lievitare l’humus della memoria profondendolo in un ordito narrativo avvincente, che testimonia di un solido mestiere e che, secondo quanto suggerisce Gianni Oliva, segna «… un personale ritorno alle origini e, dunque, la speciale apertura abruzzese della narrativa mezzanottiana».
«L’accostamento dello scrittore alla sua terra è – così prosegue l’Oliva – effettuato al di là delle ragioni puramente letterarie di un D’Annunzio (…), proponendosi come fine ultimo l’osservazione della vita del paese di provincia attraverso un’originale fictio eroicomica (…) adombrandone per pudore il nome dietro quello immaginario di Senàrica; come pure dietro la stramba e ridicola onomastica dei personaggi (Teodòto, Cletofònte Impallomène, don Decoroso Granata, ecc.) non è escluso si celino figure effettivamente esistite».
Pensavo da anni ad un romanzo sceneggiato per la televisione di ambiente abruzzese; ma scartata, per ragioni di ovvietà, l’opera più volte filmata del D’Annunzio, non vedevo altra possibilità oltre il ben noto «Colledara» di F. Romani che però era assai esile nella struttura narrativa e non avrebbe consentito una trattazione esaustiva della vita di provincia abruzzese.
La lettura del romanzo mezzanottiano mi diede subito l’impressione, per i temi che vi si intrecciano e per le situazioni che vi si giustappongono, di avere finalmente trovato quello che inutilmente avevo cercato per anni.
L’immagine televisiva, si sa, è a forma di mosaico e lo spettatore ne percepisce solo una parte e ne deve ricomporre l’insieme.
Anche «La tragedia di Senàrica» sembra costruito come un mosaico, dove forse non tutti i tasselli sono di buon pregio e ugualmente preziosi. Limite letterario cui corrisponde una qualità televisiva. Non è necessario trattare tutto con un unico tono e misura visto che il linguaggio televisivo consente il non finito e predilige il composito.
L’argomento si è detto è quello, appunto sfaccettato e composito, dal passaggio dal vecchio al nuovo, del vecchio che sopravvive cambiando pelle e del nuovo che per affermarsi deve saldare i conti con la tradizione. Così l’immagine patriarcale del potere e della società cede il posto alla morale individualistica del successo. Il duello all’arma bianca tra i cugini ‘Nanìa e Bastiano è solo una appendice pubblicitaria alla contesa giornalistica ed il preludio ad una sfida oratoria, in tribunale, dove ormai si tratta di concorrenza tra liberi professionisti.
Perfino lo spretato fuggito con la giovinetta meriterà il perdono dei parenti una volta che ha conquistata una cattedra universitaria.
Al lettore attento non sfuggirà che anche questo, come molti altri romanzi, è la storia di un’iniziazione.
Per crescere ‘Nanìa Pinti dovrà uccidere il padre, sottrarsi alla tentazione del melodramma, soffocare o rinviare astratti furori, fantasmi impuri o umori più moderni, convertire infine il suo ascetismo cavalleresco – per cui rinuncia alla donna amata e desiderata in nome dell’amicizia – nell’ascetismo più prosaico dell’aiutati che Dio t’aiuta. Più che mai qui ‘Nanìa è l’immagine del suo autore. E’ quanto cerca di fargli capire in una lettera la stessa Matilde Serao: «Caro Mezzanotte, scrivetelo dunque, questo racconto: prima di farlo non si può vendere e non si possono avere i quattrini. Scrivete queste novelle, le piazzeremo, vi saranno pagate. Fatevi coraggio, siate uomo: il lavoro è un conforto e una difesa».
Ma per tornare a ‘Nanìa c’è da aggiungere che nel finale l’autore ha l’ingenuità – o forse l’astuzia – di far coincidere il successo professionale del protagonista – se di successo si può parlare – con un’affermazione dei nuovi ideali democratici: in tribunale ‘Nanìa si consacra buon avvocato difendendo un bracciante imputato dell’assassino del signorotto che gli insidiava la moglie.
L’autore con una certa disinvoltura salta non solo da un’epoca all’altra della vicenda, ma anche da un argomento all’altro, dall’introspezione alla cronaca, al bozzetto. Non ci sembra giusto tuttavia livellare toni diversi ad un’unica misura, quella dell’ironia, sebbene l’ironia, fin dalla scelta del titolo – tragedia di che? – non esuli dagli scopi dell’autore. Converrà piuttosto
Giustapporre i toni, ascoltando il minuzioso inventario della cultura contadina e del costume paleoborghese (la preparazione del presepe, la stampa del giornale, la partenza per la villeggiatura), e i frammenti, quelli sì ironici, dell’«allora» e dell’«altrove» (la fuga sentimentale dello spretato, i trascorsi universitari di ‘Nanìa a Napoli, cui lo scrittore ha dedicato alcuni racconti, che si dovranno tenere presenti); i riferimenti alla cronaca politica tanto precisi da rendere necessaria per il Mezzanotte la scelta di una cornice topografica semileggendaria – la repubblica medioevale di Senàrica – e lo spazio della tragedia riservato alle tribolazioni di ‘Nanìa e alla sua lotta contro i fantasmi di autodistruzione che si porta dentro.
Anche le scelte ambientali, improntate a uno stile composito, andranno dagli immutati scenari ottocenteschi dell’entroterra montano, alle accurate ricostruzioni scenografiche degli interni neoborghesi.
Un metodo insomma separativo più che omologativo.
Come nel quadro già descritto all’inizio che illustra l’edizione nuova de «La tragedia di Senàrica», dove un accorto dosaggio di divise, redingotes, barbe e cilindri rimandano ad un mondo e ad una società nella quale i simboli – i personaggi rappresentati – sono dati come omologhi, ma dove tutto sommato l’omologazione è ancora da venire; ed in cui nessuno, neanche il cane sembra stare al posto giusto.
Che è poi una delle connotazioni più caratteristiche dei personaggi di Giuseppe Mezzanotte
di Tonino Valeri
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Per l’opera di Mezzanotte:
«Domiziano e Lidia: racconto dei tempi di Nerone», Scalpelli, Chieti 1875; «Meridiano, Meridiana, Meridiani», Ricci, Chieti 1884; «Checchina Vetromile», Sommaruga, Roma 1884; «Novelle sette», Galiani, Chieti 1889; «La Setta degli spettri». D’Angelilli, Napoli 1893; «I tre amori e altre novelle»; Marchionni, Chieti 1893; «Colonne di prosa», De Arngelis, Casalbordino 1902; «Il tessuto di finzioni», Sten, Torino 1909; «La tragedia di Senarica», Cappelli, Bologna 1977.
La raccolta de Il Corriere del Mattino e di altri quotidiani, periodici, numeri unici in varie biblioteche. Per la corrispondenza si segnala l’archivio Mezzanotte alla biblioteca pubblica di Chieti e inoltre la corrispondenza di proprietà dei nipoti dello scrittore.
Alcuni manoscritti inediti sono presso la Cassa di Risparmio della provincia di Chieti.
Altre raccolte di novelle ordinate dallo scrittore sono in possesso della famiglia Castiglione.
Alcuni rari dipinti del periodo giovanile sono in collezioni private a Chieti.
Saggi sulla vita e l’opera di Giuseppe Mezzanotte:
Gianni Oliva, «Giuseppe Mezzanotte e la Napoli dell’Ottocento tra giornalismo e letteratura», Minerva Italica, Bergamo 1976.
Palermo, Prefazione a «La tragedia di Senarica», edizione citata.
B. Croce, «La letteratura della nuova Italia», Laterza, Bari 1941.
G. Manganelli, «Se il borbonico va a sinistra», Corriere della sera del 30.10.1977.
R- D’Ilario, «La verità sulla repubblica di Senarica».
Gia pubblicato su “La voce Pretuziana”, anno X, n. 1, 1981, da pag. 37 a pag. 42.