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Un’analisi dei racconti pubblicati nel volume “La porta di ferro”
di VITO MORETTI
Con il libro di Nicola Catenaro, “La porta di ferro e altri racconti” (Teramo, Ricerche&Redazioni, 2009), si è di fronte ad un’operazione di scrittura particolaris-sima, cioè alla scrittura di un manipolo di racconti, e il racconto – si sa – è un genere non facile, anche se i più credono, invece, che sia cosa relativamente agevole, perché si tratta di impegnare poche pagine intorno ad un solo episodio (e chi non ha episodi da raccontare?).
A ben considerare, però, le cose non sono così facili e il racconto si rivela tutt’altro che semplice. Basti pensare che a questo genere (che ha avuto un ruolo fon-damentale nella storia della letteratura italiana) alcuni scrittori si sono avvicinati nella pienezza della loro maturità, e il racconto, per essi, è stato un po’ il banco di prova delle personali attitudini e persino un indice della raffinatezza narrativa a cui erano nel frattempo pervenuti.
Infatti, il racconto necessita di una mano sicura, per dir così, e di una equilibra-ta capacità di sintesi, perché il dettato – che non deve mai essere prolisso – deve for-nire “il tutto d’una vicenda” nello stretto giro dei suoi dati, ma deve, allo stesso tem-po, aprire o condurre la fantasia del lettore alle implicazioni più lontane dello stesso narrare e deve rendere palesi le parole che l’autore non dice: le parole, appunto, taciu-te sulla pagina ma che la mente del lettore – nel suo agire e combinare, nel suo acco-gliere e riconoscere – restituisce alla sfera tonda della realtà e alla natura e alla vita degli uomini, dove tutto, infine, ha ragione e senso e dove tutto torna a combinarsi all’insegna del vero o del profondo.
Si tratta, cioè (come ho scritto nella nota di copertina che accompagna il libro), di un “muovere” e di un “tener fermo”, in cui l’autore – in questo caso, Nicola Cate-naro – articola la sua perspicace investigazione del mondo e contempla il meccani-smo della vita e della morte, dell’essere e del nulla, degli approdi e delle fughe, sino a condurre lo sguardo (suo e del lettore) in quella cavità di interrogativi che racchiude l’oltre, il mistero del tempo e dei destini, e dove ha origine anche il fuoco che insieme “crea e distrugge” le esistenze e che, nondimeno, innalza e divora quanto è più uma-no e fragile nella quotidiana vicenda delle temperanze e delle trasgressioni.
I sette racconti di Catenaro, dunque, si intrecciano in quest’unico “nodo” di allusioni e di tensioni, fra l’angoscia che un errore possa condurre irreparabilmente all’inferno e la certezza che la realtà (la realtà degli uomini, non quella oggettiva del-le cose, pur dotata di una sua incidenza e di un suo peso) vada sempre e comunque osservata al di là dei suoi squarci e delle sue laceranti fenditure; osservata, ma con spirito di libertà e di riscatto, perché il tempo – come vi si legge –, il tempo di noi creature, è capace di mutare, di cambiar forma e, talvolta, di rigenerarsi, nonostante la fragilità dei nostri aneliti e la precarietà delle nostre scelte.
Ecco, allora, che il mistero presente nell’esistenza dei protagonisti (ma che è il mistero presente nella nostra stessa esistenza: l’”incerto” che ci è dato di percepire sul filo dei nostri passi), invece di farsi cifra di ossessione e di rinuncia, si trasforma in una più larga consapevolezza e mette in moto – sulla pagina – un giuoco di luci e di ombre che si fa soglia di congetture, opportunità di ricerca, desiderio di altre terre ed occasione di una testimonianza tutta vibrante di persuasiva ed esemplare umanità.
Ne scaturisce che la verità, lungi dall’essere cifra elementare o che si possa dire perennemente posseduta, si ripropone invece come fatto complesso, da scoprire e ri-scoprire nelle pieghe dell’esistenza, e che l’individuo, vivendo, deve sempre rinvenire nel proprio orizzonte le tracce di questa verità che lo sovrasta e che anche gli fornisce il senso stesso della vita.
Sicché, di fronte a ciascuno si apre ogni giorno una dialettica fra “oscurità e luce”, fra dubbio e certezza e fra “tempo del quotidiano” (con le sue finitezze e fini-tudini) e “tempo dell’eterno” (che proietta verso l’ideale e il sogno, che alimenta le attese del cuore e che abbatte tutte le barriere, innalzate – il più delle volte – dall’ignoranza, dalla sordità della mente e dalla frigidità dell’indifferenza o della “routine”).
Di qui il ruolo delle figure fantasmatiche e misteriose, che i personaggi dei rac-conti incontrano (o ricercano) nel corso della loro “storia”. Essi si avvedono che c’è un rapporto fra realtà e fantastico, e che la vita è una condizione che ha il suo prezzo nell’uso del sogno, così come l’esserci ha il suo ineludibile rovescio nella concretezza della morte, nella tangibilità del non-esserci. La dimensione vera, quindi, sta nel “di là” delle apparenze, e il vero essere è l’essere che va accettato e – ancor più – “con-quistato” nel corso del proprio vissuto, superando di volta in volta i limiti, appunto, della fragilità e della “routine”.
Al riguardo, la figura di Ermanno (del racconto “La torre”) è quella esemplare di un individuo alle prese con il proprio lavoro e con la ripetitività sfibrante propri at-ti, ma che, ad un certo punto, si avvede dell’oltre e trova la forza di accoglierlo (attra-verso la presenza dell’anziana donna: un “fantasma”, che in fondo gli apre gli occhi e le porte dell’eternità), e, in tal modo, egli si rinnova nel profondo e diviene addirittura un altro: può dirsi, anzi, che egli si redime e che, tutto sommato, si fa salvo.
Un’analoga vicenda accade in “Record”.
Questi personaggi affermano, in ogni caso, che non si può né si deve giuocare con il proprio destino e che ogni rinuncia (rinuncia “ad essere”, rinuncia “a credere”, rinuncia “a sognare”, ecc.) si sconta con la tristezza e con il peso travolgente del vuoto, perché cedere significa tradire (tradire sé e la propria natura); anzi, cedere comporta l’azzeramento della propria dignità e della propria dimensione più autenti-ca.
Questa consapevolezza e questo richiamo alla speranza sono quel che di me-glio i racconti avrebbero potuto affidare ai propri personaggi e, per il loro tramite, ai propri lettori.