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Ancora oggi è uno dei migliori giornalisti sportivi italiani. Anche se in pensione da soli tre anni, Federico De Carolis rappresenta la classica icona del giornalismo che tutti sognano. Non a caso vantiamo un altro record nazionale: quello di avere 60 milioni di commissari tecnici. Lo abbiamo incontrato a Silvi, la città che lo ha adottato sin da piccolo, quando con il papà Lamberto ( uno dei personaggi storici del giornalismo locale e nazionale) si trasferì dalla natia Città Sant’Angelo. Per circa trent’ anni Federico ha lavorato per il «Corriere dello Sport».
Per il quotidiano romano è stato inviato girando un po’ tutto il mondo. Ha seguito le più importanti squadre italiane e la nazionale in Italia e all’estero. Uno dei suoi “allievi” Pierluigi Visci è attualmente direttore del Resto del Carlino. L’Ordine dei Giornalisti ha assegnato un riconoscimento ufficiale a De Carolis, per gli oltre 40 anni di attività e per meriti professionali. In quest’intervista racconta la sua esperienza professionale. Senza trascurare altre riflessioni. Che vanno dal mestiere del giornalista alla situazione della stampa italiana di oggi. Figlio d’arte (suo padre Lamberto fu un apprezzato giornalista collaboratore di diverse testate nazionali e regionali e fondatore/direttore de “L’Ora d’Abruzzo e Molise”).
Hai lavorato per quarant’anni al «Corsport». Com’è iniziata la tua avventura nel giornalismo?
Sono arrivato al giornalismo partendo da Silvi. In un’estate bollente , quando questa spiaggia era popolata di vip e dal jet set nazionale e internazionale, capitarono due giocatori della Juventus: Boldi e Corradi. Erano in mare su un pattino, li raggiunsi a nuoto e feci la mia prima intervista. Tutte le mattine andavo dal giornalaio per vedere se c’era il mio articolo. Uscì dopo una decina di giorni. Fu il primo passo verso la professione che tento ancora di esercitare.
Sei figlio d’arte (suo padre Lamberto fu un apprezzato giornalista collaboratore di diverse testate nazionali e regionali e fondatore/direttore de “L’Ora d’Abruzzo e Molise”), e la sua influenza si è fatta sentire
Credo sia stata essenziale e non tanto per il giornalismo quanto per lo studio della lingua italiana. Ogni errore era un bel ceffone. Poi, chiaramente, ci sono stai i suoi consigli insieme alla scoperta di una proposta del Giornale d’Italia che gli avevano fatto quando aveva appena vent’anni e che lui rifiutò per non lasciare l’Abruzzo. Ho anche scoperto che non era fascista, come il termine viene usato oggi, ma partecipò proprio da giornalista agli gonali di orvieto classificandosi al quarto posto con Fanfani ottavo e Moro ancora più giù
Se ricordo bene il primo incarico lo hai avuto per la redazione di Verona?
Per quel che riguarda il Corriere sì, ma avevo accumulato molte esperienze a livello locale. Ho iniziato al Messaggero a Pescara e arrivai a essere il vice-capo della redazione, guidata dal prof. Manlio Masci, un educatore come pochi
Al «Corsport» sei stato anche inviato, ha firmato reportage per la Nazionale, le Olimpiadi,
Ero un calcio-filo e alle Olimpiadi non sono mai andato. I colleghi che si occupavano di altri sport non è che mi vedessero bene perché solevo dire loro: è meglio un calcio d’angolo tirato male che tutti gli altri sport messi assieme. Comunque mi sono occupato di Formula 1, e mi sarebbe piaciuto continuare lì, di basket e persino di pallavolo femminile. Devo sottolineare comunque che il ciclismo era una delle mie passioni, coltivate giornalisticamente da giovane e, poi, abbandonata per esigenze del giornale.
Come si scrive un buon reportage?
Non lo so, non è qualcosa che si possa insegnare piuttosto si tratta di sensazioni personali, di approfondimenti, qualcosa che si sente dentro e che viene fuori con o senza esperienza. Quando si seguono i canoni tradizionali si finisce quasi sempre per risultare stantìo e scontato
C’è una partita o un evento che ricordi in particolare?
Sì, Jugoslavia-Francia a Sarajevo, prima della guerra, con Platini che non voleva saperne di farsi intervistare e che riuscii a beccare in ascensore. L’episodio più bello comunque, resta un’intervista a Maradona, prima della partita del Napoli con l’Udinese. El pibe de oro stava facendo riscaldamento e io guardavo da sopra un muretto. Mi chiamò lui e mi disse che guardi? Timidamente risposi che ero incantato e che volevo anche parlargli. Rispose a tutte le domande con grande disponibilità quasi a conferma che i grandi lo sono non solo professionalmente, ma anche nei rapporti umani
Qual è il direttore che ricordi con piacere?
Quasi tutti, ma Giorgio Tosatti mi ha lasciato qualcosa di speciale con le sue ire serali e gli elogi del mattino dopo. Era un giornalista vero come Mario Sconcerti. Non oso parlare di Italo Cucci perché mi sento molto amico e lo porrei sicuramente al top della graduatoria. La stessa cosa vale per Sandro Vocalelli che si giudica da solo: a 40 anni è diventato direttore del Corriere dello Sport. Uno così, non lo puoi giudicare
E dei corrispondenti abruzzesi del Corsport?
Non ho avuto la fortuna di frequentarli, ma un ricordo indelebile me lo lasciò Alfonso Di Russo. Ebbe il coraggio, quando ero ancora alle primissime esperienze di mandarmi al seguito del Pescara a Potenza. Credo che mi stimasse davvero e ne ero fiero anche se non abbiamo affrontato mai l’argomento
Chi è oggi il miglior cronista sportivo italiano?
Ce ne sono tanti bravi, io prediligo da sempre Mura che mi sembra un novello Gianni Brera che ho conosciuto da vicino e continuo a ammirare anche adesso. Comunque, al di là dello sport, i più grandi del dopoguerra sono stati Montanelli, Scalfari e adesso Feltri. Sono stati i fondatori di giornali che hanno avuto fortuna e resistono ancora all’usura dei tempi
Oggi, che giornale leggi?
Tutti e nessuno, dipende dagli umori del mattino e soprattutto dalla bellezza o meno della giornata. Quando c’è il sole, leggo i giornali al mare, quelli che trovo proprio perché il mare per me viene prima di ogni altra cosa persino dei giornali, il che è tutto dire.
Com’è la situazione della stampa in Italia?
Come sempre, con i giornali che si vendono poco soprattutto perché l’Italia ha ancora una democrazia giovane e l’analfabetismo è stato debellato solo negli anni ’50. Non a caso il rapporto di vendite tra nord e sud resta di 5-1 a significare di un maggiore benessere e della conseguente voglia di essere informati
Come fare per invertire questa tendenza?
C’è solo da aspettare che qualche Direttore inventi qualche formula nuova che riesca a attrarre le gente come accade in Inghilterra, dove giornali da 700mila copie sono piccoli, visto che il Sun ne tira due milioni
Lavori ancora?
Devo dire che cerco di divertirmi in qualche modo scrivendo qualcosa nel mio paese che è Silvi (Il Comune di Silvi tre anni fa gli ha conferito il riconoscimento ufficiale di “Cittadino illustre”).Ogni tanto torno a occuparmi di Juve Milan e Inter, ma solo raramente. Se non sei dentro, non puoi esprimere giudizi solo superficiali. Anche questo contribuisce a non elevare le vendite in Italia
Che opinione hai sulla manifestazione di Roma sulla libertà di stampa?
Non ho nessuna opinione. Non credo che la stampa italiana abbia bavagli o corra il rischio di averne. Comunque se hanno deciso così, mi sta bene
Cosa consigli ad un giovane che voglia intraprendere questo lavoro?
Lo studio attento della madre- lingua, la conoscenza perfetta dell’inglese e, possibilmente, anche del tedesco. Il resto è fatto di sacrificio e anche delusioni. Chi le supera diventa spesso un giornalista vero
Simone Marani
6 luglio 2012 a 11:25
l’ho conosciuto ed è un grande!