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Simone e Vinca Sorge nei loro rapporti con il Vate.
Sulle vicende legate al Convento di S. Maria del Gesù acquistato da F.P. Michetti nel 1883 e sui pittori, poeti e musicisti che furono ospiti nel singolare e suggestivo rifugio del grande artista di Francavilla, si è parlato e scritto molto sia per la grande personalità dei due “protagonisti” del Cenacolo, d’Annunzio e Michetti, sia perché questo “centro di raccolta” di artisti già noti o sulla via del successo già di per sé costituisce un fatto raro e importante nella storia della vita culturale italiana: si trattava di passare periodi di vita in comune in cui ognuno traeva vicendevole stimolo a realizzare le proprie aspirazioni nei campi più svariati dell’arte, in cui “nell’ampia pace e nel silenzio solenne del Convento” e fuori dalla routine quotidiana, avvenivano scambi di idee, di teorie, di ideali soprattutto, volti all’eterna ricerca del bello, condotta nella massima serenità, senza rivalità o interferenza alcuna.
Non manca certo chi ha studiato, descritto o rievocato la storia del Cenacolo francavillese, a cominciare dagli stessi artisti che abitarono al Convento, dai testimoni oculari, come Teodorico Marino che appena diciassettenne stava accanto a d’Annunzio a scrivere “in bella” le pagine del “Piacere”, fino agli studiosi di oggi la cui attenzione è però sempre e logicamente polarizzata sui due “grandi”, mentre è bene tener presente che parte integrante di quel clima, di quell’aura artistica rivelatasi determinante per la formazione del d’Annunzio giovane, sono i cosiddetti “minori”, celebrati peraltro dallo stesso poeta sia in veste di critico che di amico affettuoso. E’ sufficiente in questa sede citare appena poche righe da una cronaca mondana di d’Annunzio, quella apparsa sulla “Tribuna” il 12 agosto 1885. Dopo un lungo elogio delle composizioni musicali dell’amico Vittorio Pepe – romanze, sinfonie, rondeaux – Gabriele scrive: «… ora egli studia e lavora nel cenacolo di Francavilla, in compagnia di Michetti, al cospetto del mare, dove fra pochi giorni giungerà F.P. Tosti con una profumata messe di nuovissime canzoni e dove altri eletti artisti giungeranno per inspirarsi o per riposare sotto li olivi che Guido Boggiani ha dipinto…».
Questo piccolo squarcio di vita “in convento” già permette di capire che un’intesa di tal fatta fra artisti già noti non era certo qualcosa di occasionale e improvvisato: difatti, com’è noto, tutti i personaggi del cenacolo erano legati da un’amicizia che per i più risaliva agli anni della adolescenza: questo vale per d’Annunzio che già nel 1880 dedica i suoi “Idilli selvaggi” a Michetti, Tosti e Barbella e passa con loro i suoi primi anni di vita artistica sia a Roma che in Abruzzo.
Devo riconoscere che se la mia attenzione si è rivolta a personaggi “minori” del cenacolo, come Guido Boggiani, certo il più sfortunato e meno noto – almeno in Italia – di essi, ciò non è dovuto a miei studi specifici su d’Annunzio, come sarebbe da aspettarsi, ma al fatto che ho percorso un cammino inverso, per lo meno rispetto ai più, e cioè dai minori sono risalita a d’Annunzio. Nomi come Tosti, Errico Boggiani, Pepe, ricorrevano infatti spesso nei racconti che mi faceva mia zia quando da bambina passavo l’estate nella casa di Nereto, quando sentivo parlare di un bel giovane morto in una foresta (Guido Boggiani) o giocherellavo con il pianoforte che Tosti suonava per rallegrare le serate passate in compagnia dei miei nonni, Simone e Vinca Sorge Delfico, quando aprivo il grande ventaglio di raso con su i versi di Carmelo Errico e le note di Vittorio Pepe. Tutto in casa era dedicato a Donna Vinca, morta prematuramente e venerata nel ricordo dai figli e soprattutto dal marito al quale ella dedicò sempre le sue cure fin da quando – giusto cento anni fa, nell’ottobre 1881 – entrò nella casa Sorge di Nereto. Quelle nozze furono un avvenimento importante, ricordato con versi e odi celebrative, come allora si usava, ma soprattutto dovettero colpire l’immaginazione dei personaggi più in vista dell’epoca: una Delfico a Nereto! E per giunta la più bella delle quattro figlie di Filippo De Filippis Delfico, la più giovane e sensibile, in onore della quale gli uomini usavano mettere all’occhiello un fiore di pervinca nelle feste a cui ella partecipava. E Michetti, “compare” di battesimo di uno dei suoi figli, andò spesso a trovarla assieme ai suoi amici, tutti artisti e con d’Annunzio, naturalmente, il quale rivolse alla ospitalità dei Sorge e a Vinca in particolare, parole di gratitudine e devozione.
Tutto questo fa parte dei miei ricordi d’infanzia, seppelliti nella mente come una favola e poi riscoperti durante gli anni di studi all’Università, quando cominciai a considerare attentamente le lettere che d’Annunzio scrisse a mia nonna, quando cominciai a voler sapere di più su questi personaggi nominati dal poeta e che conoscevo da sempre.
Arriviamo così ad oggi, ad un’estate passata a Nereto a rispolverare mobili e ricordi, a portare alla luce toilettes ingiallite e volumi con dediche di d’Annunzio e di Michetti, documenti e lettere non meno interessanti di quelle di d’Annunzio. I segni tangibili della presenza in casa Sorge di questi noti artisti, non solo mi hanno felicemente rassicurata sulla veridicità dei miei ricordi ma fanno sì che ora la storia di questa casa non appartenga più a me sola e alla mia infanzia, ma a tutti coloro che vorranno interessarsi ad essa.
Non si tratta dunque di una scoperta da parte mia, quanto di una verifica su quanto sapevo da sempre: la “scoperta” riguarda piuttosto gli studi dannunziani veri e propri ai quali mi sono dedicata con nuova lena, soprattutto dopo il lusinghiero successo ottenuto sia a Roma che in Abruzzo dal mio lavoro su Guido Boggiani, in cui ho scritto un capitolo su “Nereto” “a memoria”, ossia quando da tanti anni mancavo dall’Abruzzo e dalla mia casa.
Quanto più vado avanti, sempre più mi convinco che gli artisti del cenacolo dai più noti ai più dimenticati sono parte integrante di d’Annunzio e questo perché è lui stesso che ce lo dice in ogni momento della sua vita, da quando passava da ragazzo le sue estati in riva all’Adriatico “fatato” in compagnia di Michetti, Tosti, Barbella, fino agli ultimi anni del Vittoriale, quando rievoca nel “Libro segreto” i bei giorni di Francavilla trascorsi con l’amico “pittore e pittagorico” – Michetti – che egli chiama senza esitare mei dimidium animi. La mia scoperta è dunque in questo messaggio che il poeta ci ha lasciato, un messaggio ben preciso e da non sottovalutare.
C’è chi ha ricostruito in parte o totalmente la storia del cenacolo di cui Francavilla va giustamente orgogliosa, storia che però ritengo disseminata di insidie per uno storico attento e scrupoloso: a parte la mancanza di documentazione obiettivamente valida, (parlo naturalmente degli artisti meno noti), occorre non cedere a suggestioni che possono essere svianti, quali quelle di prendere alla lettera le affermazioni degli stessi protagonisti della storia: basti pensare al mio piccolo epistolario che un po’ ridimensiona l’immagine di eremiti che d’Annunzio e Michettii si erano costruiti addosso, almeno limitatamente al periodo in cui si lavorava sodo – intendo alludere alla estate 1888 in cui notoriamente d’Annunzio si confinò “in cella” per scrivere il suo primo grande romanzo e le lettere che ho a disposizione sono proprio di quel periodo.
Una indicazione giusta in tal senso ce la dà Umberto Russo nella sua presentazione dell’opera di T. Marino “Francavilla nella storia e nell’arte”, quando, considerando i rapporti fra il cenacolo e alcune personalità francavillesi, osserva: «… chi volesse ricostruire idealmente l’ambiente del cenacolo non dovrebbe immaginare i suoi migliori esponenti – d’Annunzio, Michetti, Tosti, Barbella – chiusi in una torre d’avorio, ma situarli in un più vasto tessuto di rapporti umani, a frequente contatto con alcuni personaggi del luogo capaci per preparazione culturale e disposizione d’animo di comprenderli, di accompagnarli: riunioni conviviali, serate trascorse in casa dell’uno o dell’altro, gite in comitiva…» Si parla qui, come ho detto, di rapporti “francavillesi”, ma certo per le “gite” non si può ignorare Nereto, meta consueta degli artisti del Convento per un periodo che – stando ai documenti – supera senz’altro il decennio.
Paola Sorge
(La voce Pretuziana, anno X, n. 3, 1981, pp. 32-34)