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Clara Ghelli: il fumetto per un neoumanesimo

Nel settembre dello scorso anno ebbi la fortuna di visitare la stupenda cittadina di Revere e in quell’occasione visitare la mostra antologica di Clara Ghelli, che poi in parte sarebbe stata trasferita nel Castello dei Pico a Mirandola. Conoscevo l’artista perché me ne aveva parlato con raro entusiasmo il comune amico Mario Nanni, artista storico bolognese al quale lo scrivente ha curato una sala omaggio al Premio Termoli nel 2007.

Non avevo però visto granché delle sue opere. Bene, dopo quella straordinaria esposizione riassuntiva della sua ricerca, ho avuto la fortuna di recarmi nel suo studio di Bologna per poter meglio conoscere ed apprezzare i suoi lavori, che definirei “visioni memoriali” in quanto gravide di echi i più disparati, eppure personalissime confessioni di una ricchezza interiore davvero ragguardevole. Un paniere di riferimenti già posto in evidenza da illustri studiosi, in primi Monica Miretti che di Clara è stata forse l’interprete più autentica. Clara Ghelli si ispira al mondo del fumetto, che pur sembrando ricerca creativa del tutto moderna è sostenuta e quasi scandita dal pendolo umanistico. Così nell’odierno babelico retroterra linguistico il vissuto del mondo Clara lo commuta in minimalismo figurale magari attingendo al proprio trascorso infantile che riesce a coinvolgere in modo diretto e rapido il lettore.

Forza immaginativa, pulsazioni della fantasia, schietta creatività, Forme ordite per segni marcanti il campo delle stesure cromatiche: è tutto un susseguirsi di proiezioni d’un’accorata nostalgia per l’atmosfera propria di un’agape umanistica, ormai bandita dalla ricerca artistica contemporanea. Comprendo essere quasi un ossimoro il binomio fumetto-umanesimo, come dire contemporaneità e cultura classica; eppure – è qui la ragguardevole novità della pittura della giovane artista bolognese – ci troviamo fortunatamente spettatori di un rito battesimale per il quale la creatura a suo tempo partorita ed allevata da Lichtenstein è stata ammessa all’ecclesia appunto dell’umanesimo.

Questo ritorno al giardino dell’eden ove si tesse l’apologia dei valori formali ed estetici e l’arte, pur rispettosa dei canoni crociani dell’autonomia, non abiura al giuramento etico al fine di confermarsi nutrimento dello spirito. Esso si evince in modo lapalissiano ove si consideri ad esempio le modalità dell’iconografia del citato maestro della pop art americana e di Clara. Il primo guarda al mondo esterno, massmediale rifiutando l’interiorità; diremmo è affascinato dal folclore urbano e ne fanno testimonianza le vignette ingrandite a dismisura, quando invece Ghelli si rivela più riflessiva con un taglio direi domestico dell’immagine il cui fulcro è l’occhio in grado di illuminare il lago oscuro, ovvero il corpo irretito dal sonno. L’occhio è fulcro, seme, archè, sancta sanctorum dove è dato pronunciare il tetragramma.

Nella distruzione del tutto, nell’azzeramento del linguaggio che nell’immediato dopoguerra fu posto in essere dalla poetica informale (si pensi al Gruppo Origine fondato a Roma nel ’51 ad opera di grandi protagonisti dell’astrattismo quali Burri, Capogrossi, Colla, Mannucci), a guisa di araba fenice l’arte risorge dalla proprie ceneri e personaggi come la nostra Clara ne sono gli artefici benemeriti. Non per nulla lei si affida per i suoi racconti al segno, mai anarchico, ma formativo dell’immagine, quasi un mitico filo di Arianna che restauri il regno della razionalità e della logica stringente. Non si invita forse chi sparla ad usare il filo logico del discorso? Onusto di gloria passata esso torna ad essere umano, come si conviene.

Ed a proposito di razionalità va notato come negli anni l’artista bolognese abbia intensificato il suo rapporto empatico con la geometria, illuminazione e memoria di una innata propensione dell’essere umano all’ordine, al rigore, alla “stabilitas contrappuntistica con il sentimento che comunque pure si riversa nell’opera dell’artista per quel languore elegiaco e quegli sguardi emergenti dall’humus cromatico freddo racchiuso in ampie campiture mai soleggiate, come si conviene ad una pittura di severa impostazione quaresimale (stupendi i suoi grigi che amoreggiano con gli azzurri). Dialettica alla stabilitas architettonica e al freddo cromatismo lacustre, il dinamismo futurista delle linee oblique persecutorio dei solitari primi piani che sovente si ripetono in talune tele e tavole.

Ed ancora, tornando alla linfa etica della pittura di Ghelli, ovvero il perimetro umanistico, c’è da registrare la recente evoluzione nei suoi lavori per certi inserimenti collagistici di rara pregnanza lirica. Sono alcuni disegni della sua fanciullezza custoditi con cura che, parcellizzati, vengono ora riportati sulla tela quasi ad infiammarla di purezza sorgiva che funga da contrappeso ad un contesto compositivo illuministico e pertanto di fredda scientificità. Sono frammenti che evocano la voce pascoliana del fanciullino da riscoprire per rendere omaggio alla fantasia, alla digressione ludica, alle emozioni e persino al nonsense ricreativo e goliardico. Anche questo è un modo di sfidare il modernismo che sull’ara del progresso ha sacrificato l’uomo che l’artista, per usare un neologismo televisivo, vuole nuovamente torni ad essere “tronista”.

Scritto da il 29 luglio 2010. Tematica: pittori.

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