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“Fango” di Mauro John Capece

Un documentario sull’alluvione che nell’ottobre 2007 colpì Alba Adriatica e Tortoreto Lido.

È stato presentato il 23 aprile scorso, presso il circolo culturale “il Nome della Rosa” a Giulianova Alta (Teramo), il film documentario “Fango”, per la regia di Mauro John Capece.

Mauro John Capece è nato nel 1974 e vive ad Alba Adriatica (Teramo). Attivo in Italia e all’estero come regista, sceneggiatore e produttore, ha pubblicato alcuni libri di racconti (“Terrorism” e “Twin Towers Generation”, Sovera Edizioni; “Banana Gin”, Edizioni Tracce).

Nel 2008 ha realizzato il film documentario “Fango” – prodotto da Evoque -Officina d’Arte e RAI – sulla terribile alluvione che, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 2007, colpì con violenza Alba Adriatica e Tortoreto Lido, causando danni anche nei comuni limitrofi (come Martinsicuro).

Un evento che, nella sua drammaticità, ci riporta al recente terremoto de L’Aquila e soprattutto ci ricorda – come recita il sottotitolo del film – che “La Natura, madre di ogni cosa, è forte”.

“Fango”, prima ancora di essere un film, ha rappresentato per te un doloroso episodio autobiografico. Ti va di raccontarmi questa esperienza?

«Purtroppo è così, l’alluvione di cui si parla nel documentario è stata una ferita molto profonda: per farla breve la mia casa è stata dichiarata inagibile e ho perso – sommersi dal fango – tutti i film girati tra il 1992 e il 1999, nonché le mie sceneggiature e la mia roba (che è stato davvero il male minore)».

Non era, tra l’altro, la prima volta che ti trovavi coinvolto in un’alluvione…

«Infatti da bambino (avevo quattro anni) ho dormito insieme a mia madre e ad alcuni sconosciuti in una stazione di servizio perché il fiume Salinello era straripato durante, se non ricordo male, l’alluvione del 1978».

“Fango” è stato prodotto da Evoque-Officina d’Arte, associazione di artisti indipendenti di cui fai parte, e dalla RAI. Una co-produzione importante… com’è nata?

«È nata principalmente perché avevo bisogno di immagini che documentassero ciò che era accaduto. In una prima fase ho contattato tutte le televisioni che erano presenti sul posto al momento del disastro. Poi vidi alcuni servizi Rai in cui venivano mostrate delle eloquenti riprese aeree. Durante quei giorni, purtroppo, ero privo dell’attrezzatura necessaria per girare; nonostante ciò, sono riuscito ad organizzare qualche troupe. Quindi contattai la Rai per parlare del repertorio e il progetto “Fango” vide la luce. Evoque-Officina d’Arte, comunque, è un’associazione culturale che è diventata un marchio serio: abbiamo, dal 2002 a oggi, realizzato 37 produzioni (di artisti diversi) che, in qualche occasione, hanno ricevuto il plauso della critica sia in Italia che all’estero. Nella fattispecie sono stato coadiuvato da Luca Torzolini e Simone Del Grosso (aiuto registi) e da Eclipse.154, che mi ha affiancato nell’estenuante fase del montaggio. Questa operazione è stata davvero un lavoro massacrante, in quanto la mole di materiale in nostro possesso era assai vasta».

Quanto tempo ha richiesto la lavorazione del film? E come è avvenuta?

«La lavorazione del film è durata un anno. Volevo creare un documento ‘oggettivo’ per le future generazioni. È stato un processo creativo in cui inizialmente mi sono sentito un cronista, mentre in seguito il mio approccio verso il progetto è cambiato: sono venute fuori la mia “emotività artistica” e anche un briciolo di irriverenza. Le riprese e il lavoro di documentazione sono durate circa otto mesi, mentre il montaggio ha richiesto altri quattro mesi. Sono molto veloce in regia quando devo confezionare progetti per terzi, ma procedo decisamente lentamente quando mi approccio ai miei progetti di autore. Mi piace lavorare sia nella fase di produzione che di montaggio, meditando su ogni aspetto, con precisione maniacale e tempi dilatati (budget permettendo). Il film è come un pianta che germoglia piano piano e, col passare del tempo, diventa più bella e fiorisce».

Girare un documentario è stata un’esperienza insolita per te, che sei un “regista di finzione”. Vuoi spiegare – per tutti i non ‘addetti ai lavori’ – che caratteristiche dovrebbe avere un docufilm? Quali sono le differenze e, se esistono, le eventuali difficoltà rispetto alla realizzazione di un film ‘classicamente’ inteso?

«In effetti mi sento un regista di finzione. A me piace ricreare ciò che non esiste realmente; mi piace narrare storie, che funzionano sulla carta. Mi piace costruire il set, crearlo, lavorando lentamente su ogni inquadratura e sui vari aspetti tecnici, interfacciandomi con i diversi reparti (suono, fotografia, produzione). Nella finzione rendiamo le cose possibili e siamo noi a diventare credibili e simili alla realtà. Invece nel cinema del reale (documentario) il regista lavora sulla realtà, sull’esperienza diretta, quindi tutto risulta più credibile, perché è vero, sta accadendo veramente. Il regista di documentari ha delle abilità che, francamente, non possiedo. È bello ammettere di avere dei limiti e, per quanto mi riguarda, non ho la freddezza necessaria, né la velocità dello sguardo, per poter girare documentari. Ho un approccio troppo dominante e ‘pensato’ per poter relazionarmi efficacemente con qualcosa che sta accadendo realmente di fronte ai miei occhi».

Finora “Fango” è stato proiettato presso la chiesa di Tortoreto nel 2008 e, di recente, presso il circolo culturale “Il nome della Rosa” a Giulianova Alta. Perché questa scelta?

«Perché mi fa molto piacere farlo vedere a livello locale. “Fango” è un film fatto per il posto in cui vivo, per gli abruzzesi. Considera che io non ho mai proiettato nulla di mio in Abruzzo, ad eccezione di “Alieno, l’uomo del futuro”, selezionato dal Festival Roseto Opera Prima, e di un vecchio corto proiettato durante il Flaiano Film Festival di Pescara».

So che il film verrà ufficialmente presentato al prossimo Festival del Documentario d’Abruzzo che si terrà a Pescara dal 19 al 23 maggio. Poi dove verrà distribuito?

«Sì, “Fango” verrà proiettato durante l’apertura del Festival del Documentario d’Abruzzo al cinema Sant’Andrea di Pescara martedì 19 maggio alle 16.30. In seguito proseguirò, spero, con qualche altra proiezione e, successivamente, lo renderò libero per il download dal mio sito web. Non posso – ovviamente – occuparmi della distribuzione tv, dato che il coproduttore detiene tutti i diritti in tal senso».

Una novità di questo documentario è rappresentata dai contributi forniti, attraverso web e cellulari, dagli alluvionati. Si è trattato di un processo spontaneo o c’è stata una sollecitazione in questo senso da parte tua?

«È stato inizialmente un processo spontaneo. C’è stata una grande e meravigliosa coesione fra gli alluvionati, per cui tutti cercavano di aiutarmi. Gli amici di Tortoreto, poi, sono stati davvero meravigliosi. Successivamente, attraverso ‘passaparola’ e volantini, ho raccolto il resto del materiale. Mi piace la sezione “Web & Phones” del mio documentario: ritengo che funzioni, indipendentemente dal fatto che si tratta di un elemento di novità nel panorama del documentario nazionale».

Nel film definisci l’alluvione “un evento avverso”: spiegami un po’ meglio in cosa consiste quest’avversità di cui parli.

«Avverso è, letteralmente, “ciò che si oppone”. L’alluvione ha avuto la capacità di opporsi ai miei progetti e a quelli di tutti quei poveretti che si sono ritrovati, dall’oggi al domani, con la casa distrutta e un mucchio di debiti da pagare».

Le persone intervistate raccontano di una perdita – affettiva, oltre che materiale – unita alla sensazione di paura e impotenza davanti alla forza distruttrice della natura. “Il fango lascia i segni” afferma un alluvionato: com’è cambiata la tua vita da quel giorno? E che influenza ha avuto tutto questo sul tuo lavoro?

«Senza casa e con i debiti si vive male, ma si vive male anche quando ti ritrovi senza i ricordi, le foto e tutto ciò a cui dai un senso. Se perdi il tuo mondo, le tue cose, ti senti smarrito. Come artista, avendo perso le mie opere, ho sperimentato un senso di insicurezza che mi porterò dietro per tutto il resto della mia vita. Proprio in questi giorni, con quello che è successo in provincia de L’Aquila, torno spesso a riflettere sul “senso della perdita”. Non voglio entrare in argomenti troppo personali che coinvolgono la mia sfera spirituale ma, in poche parole, bisogna cercare di vivere intensamente ogni momento della propria esistenza, evitando di disperdere le proprie energie in attività che ci fanno stare male e ci creano disagio. Il tempo non va sprecato. Le risorse che investiamo per andare oltre il necessario sono, in gran parte, uno spreco di tempo.
Puzza, senso di soffocamento, oppressione: questo è – come testimonia il tuo film – ciò che il fango rappresenta ancora oggi per molte persone che hanno vissuto l’alluvione del 2007. Per te, invece, che cos’è il fango?
Per me il fango è il prodotto dell’acqua impastata di melma, pattume, pietre e rifiuti che ho visto quella notte. Il fango è distruttivo e corrosivo. “Fango” è anche, se non vado errato, il titolo di un documentario che ho realizzato recentemente».

Ho notato che nel documentario è riservata una certa attenzione all’elemento del rumore: quello della pioggia e dei tuoni, del lamento dei cani, delle pompe idrauliche…

«Hai ragione, nel documentario l’audio (che è stato missato insieme al fonico di post-produzione Graziano Caprioni) è molto presente, direi quasi ‘invadente’. Ho cercato di far sentire al pubblico il suono di quella notte e dei giorni che si sono succeduti. Spero di esserci riuscito. La narrazione tramite l’audio è, per come la vedo io, un aspetto assai trascurato nella costruzione dei film documentari quali, ad esempio, quelli televisivi. Troppo spesso i registi risolvono il problema inserendo musiche note per dare il senso all’opera. Come dico sempre, qualsiasi immagine brutta e qualsiasi filmato sciatto, di fronte a un pezzo contestualizzante come “Imagine” di John Lennon, magicamente assume un senso. La capacità dei tecnici del suono e dei registi sta anche nel costruire un lavoro curando l’audio, ma ciò richiede tempo e fatica, nonché perizia tecnica».

Un aspetto importante, certo di non secondaria importanza, è la denuncia – da parte degli alluvionati – di una mancata tempestività e organizzazione degli aiuti. “Il fango ce lo siamo dovuti togliere noi” dichiara una signora interpellata sull’argomento: c’è stato o no un valido intervento dei mezzi di soccorso per far fronte all’emergenza? E nei giorni successivi all’evento?

«I soccorsi sono stati purtroppo molto carenti, lo hanno detto quasi tutti gli intervistati. È stata un’emergenza sottovalutata perché, fortunatamente, non ha prodotto vittime in quel momento. Le ha prodotte poi, però, con tutti gli attacchi cardiaci e gli ictus che hanno colpito soprattutto le persone anziane messe di fronte alla ricostruzione».

Si poteva prevedere, secondo te, quello che è accaduto… almeno in termini di danni causati?

«Non credo che si possa parlare dell’alluvione del 2007 come di un evento prevedibile. Si può parlare di dissesto idrogeologico, cagionato da anni di semplice cementificazione del territorio. Nessuno si è mai posto il problema di veicolare l’acqua in maniera efficiente o di (far) realizzare le opere pubbliche più elementari come misure preventive rispetto ad un’eventuale catastrofe».

Quanto è importante la funzione sociale di un film come “Fango” rispetto all’acquisizione di una coscienza critica da parte dei cittadini e affinché un simile disastro non si ripeta in futuro?

«Non sono un amante del “cinema sociale” in quanto tale. Penso che i problemi sociali debbano essere demandati a scienze più “esatte” dell’arte, come la filosofia o la politica, la sociologia, l’antropologia o l’etica. Un’opera d’arte ha altri scopi e non può mai approfondire un argomento in maniera esaustiva. Il mezzo audiovisivo, poi, è fortemente approssimativo e di veloce fruibilità (un servizio del tg dura mediamente 1 minuto e 30 secondi). Ci sono dei tempi da rispettare e non si può parlare di “sociale” in maniera efficiente avendo solo 50 minuti a disposizione per un documentario. Ma l’arte può certamente emozionare affrontando certi argomenti. Inoltre “Fango” vale come monito per le future generazioni, perché è un documento che potrà essere visionato dalle future generazioni».

Cosa significa essere un giovane regista in Italia?

«Se decidi di lavorare per terzi – mettendo da parte il tuo spirito critico e la tua vena autoriale – e ti accontenti di filmare veline, giocolieri, politici e cabarettisti, si tratta di un lavoro onestamente retribuito».

E all’estero?

«Dipende da quale Paese. Comunque nel Nord Europa le cose per i registi e gli autori funzionano meglio. Per dare qualche idea ti dico che durante un seminario sul movimento Dogma 95 tenuto da me e dalla regista danese Annette Olesen fu posta a entrambi questa domanda: “Quali sono stati i fondi trovati per il tuo lungometraggio Dogma 95?”. La Olesen si assestava su un budget di un milione e mezzo di euro, mentre io ero fermo a trentamila… Tutto ciò non ha senso, dato che la Danimarca ha meno di un decimo degli abitanti dell’Italia. Diciamo che, insieme a me, si sono vergognati tutti gli italiani che erano in sala».

Un’ultima domanda: adesso a cosa stai lavorando?

«Sto facendo “la questua” per mettere in produzione un lungometraggio molto interessante, di sicuro impatto, ma sarà dura riuscire nell’impresa a breve termine. Nulla è impossibile, comunque: se vuoi una cosa, la ottieni. Sto studiando delle nuove formule di sponsorizzazione per questo film, ma per ora ho trovato solo un quarto del budget che mi serve e quindi sono lontano dal potermi imbarcare in questa operazione. In compenso sto girando un documentario in co-regia con Simone Del Grosso sul terremoto de L’Aquila. È un’opera che abbiamo deciso di fare insieme, in quanto siamo stati molto impressionati da ciò che è accaduto. Il trailer è già visionabile online, basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca “Trailer: 5.8 – Notizie dalla terra”».

Scritto da il 6 maggio 2009. Tematica: cinema,Culturalia,degrado.

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