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Achille Serrao, “Disperse”

Una plaquette di poesie in dialetto stampata in trenta esemplari.

Con questa rastremata raccolta di versi (appena sette testi, di densa concentrazione lessicale e sonora) Achille Serrao torna a proporre gli struggenti temi della partenza e del ritorno, dell’animismo delle cose, dell’approdo domestico, dell’alternanza di luce ed ombra, del paesaggio brullo eppure addolcito da sciami di bimbi, della preghiera che tenta di scuotere abitudini e inerzie: temi che si collegano tutti al tema centrale della “Pecundria” (Malinconia) del Tempo, che scorre su oggetti e pensieri e che il poeta si trascina addosso come una tartaruga il guscio (“m’ê strascino ‘ncuollo/ tale e quale ‘a cestùnia ‘a casarèlla”).

E torna coi temi anche il tessuto elastico ma morbido di un prosodiare sinuoso, zigzagante, che alterna disinvoltamente versi brevi ad altri lunghissimi, apparentemente prosastici ma sorretti sempre dalla vigile maestria del ritmo, dal gioco sapiente della concertazione eufonica, che fa delle parole scelte accordi e timbri di una singolare partitura, dove anche gli inserti parlati, le pause e le riprese, le frequenti parentesi, le interrogative e i punti di sospensione tendono ad esprimere la profonda necessità di una musica interiore, di un incessante flusso della coscienza restìo alla cantabilità melica delle forme chiuse ma disteso e nel contempo contratto, vibrante e spesso stremato come uno sventagliare di fisarmonica che insegue un suo inaudito tango dell’anima.

Perchè la meridionalità di Serrao, quella sua originale miscela di atavica ineluttabilità e concretezza materica, non ha niente da spartire col fatalismo beffardo e compiaciuto di certa tradizione napoletana. Si apparenta piuttosto, oltre che ai numi tutelari Basile e Capurro (omaggiati negli eserghi di “Semmènta vèrde”, opera fondamentale nella bibliografia serraniana), allo smarrimento di grandi autori di area ispanica, alla ‘inquietudine metafisica di un Pessoa, alle vertigini cerebrali di un Borges, e non a caso, nella traduzione in spagnolo curata dallo stesso autore per una cartella d’arte fuori commercio, questi testi rivelano un loro plausibile languore “latino”.

Che è capace di sostenere percorsi spirituali impervi se, partendo dalla fisicità delle “cose piccerille”, da “macula verde” (macchia verde) e “sfriso ‘e chióve” (sfregio di chiodi), arriva a declinare i toni di una preghiera che si fa accorata denuncia di una condizione esistenziale e morale. È quanto avviene nel momento forse più alto e innovativo dell’intera plaquette, “Passio”, che ripercorre liberamente la parabola del Cristo immergendola nella realtà di “na “vulèra ‘e piccerille” (uno svolare di bambini”), “ puveriélle scùrfene/ ‘e juorne e storia” (poveri orfani di giorni e storia), alla cui voce ripida (“vvoce a schióvere”) che avverte il domani nessuno presta ascolto. Il Figlio si avvia in solitudine all’ultima salita (“Po’ s’abbiaje / sul’ isso/ a ll’ ùtema sagliuta”) e invocando il Padre gli affida quella “chiorma” (ressa) di orfani senza più primavere, perché nel mondo attorno tuona una quotidiana guerra (“ ‘o poco e ‘uerra pure stammatina”).

Il tema bellico entra in sordina, esplicitato solo negli ultimi sei versi, preparato e sotteso dalle figurazioni emblematiche del primo tempo (l’albero della croce, colore della pazienza, e tremito delicato di foglioline d’argento) e dal monologo del secondo, che scopre una tenerezza lancinante, un sorpredente desiderio di paternità del Cristo, un rimpianto di culle e calori (“ah, putesse ‘mmiez’a st’aria ‘e cardacìa/ nu piccerillo cunnulià – tiennero/ ‘o musillo – che m’è figlio…”). In opposizione a questo estremo abbandono lirico bastano pochi cenni ad esprimere l’assurdità della guerra, sentita come un nugolo in delirio (“na rocchia ‘nfrennesìa”), uno sciamare di api. Con un linguaggio fortemente simbolico ed icastico il poeta esprime, usando un’ economia di mezzi che è anche pudore a svelare l’orrore, tutta la sofferenza per una condizione insostenibile, ed il contrasto fra i due momenti – lo slancio affettivo e la consapevolezza della morte, individuale e collettiva – si risolve nell’ unica rima baciata della composizione che, legando i due versi finali, sigilla in uno scabro abbraccio la denuncia e la pena:

“Stà trunanno, siente?
‘o ppoco ‘e ‘uerra pure stammatina
scapézza abbascio â rosa
l’apa riggina e ll’ate, na rocchia ‘nfrennesìa,
spatriano assaje luntano…
Pate, na mano…”

(Sta tuonando, senti?/ un po’ di guerra anche stamattina/ rovina ai piedi
della rosa/ l’ape regina e le altre, un nugolo in delirio/ sciamano assai
lontano…/ Padre, una mano…)

Da questi versi si può osservare come la lingua di Serrao, un campano caivanese definito spesso “petroso” ma capace di trasognanti malìe e morbidezze, riesca a rendere tutto lo spessore, anche antropologico, di questa attanagliante esplorazione interiore e metastorica, che “vola” in “Passio” verso nuovi orizzonti e ritrova, nelle altre sei “disperse”, gli affa- scinanti leitmotiv, le variazioni infinite e sfaccettate di luoghi e tempi di nuovo visitati con l’ansia di svelarne il senso recondito, o di smascherare alla luce della conoscenza i fantasmi e le trappole che, come scorie nelle tubature, intasano un’intera vita. Come esemplarmente si legge nella stupenda “’E marzo”, che si apre con un attacco parodico, di eliotiana memoria (“Marzo è nu mese ‘mbufunuto”), accenna perfino alla fontana malata di Palazzeschi e butta infine all’aria ogni ruolo o riferimento codificato, sia sociale che letterario: “…só Pulecenella/ senza mascara cu ‘a ‘ncurtatura malandrina, só/ chillo ca ‘e notte va alluccanno ê stelle…” (… sono Pulcinella/ senza maschera con l’aria malandrina, sono/ quello che di notte va/ gridando alle stelle…).

Conclusione imprevedibile, che arriva quasi a contestare il giuoco di alto virtuosismo delle precedenti strofe per rivendicare quello slancio libertario, sottilmente anarchico, che cova comunque sotto “a pecundrìa” di Serrao. Ed è anche da questi inattesi sussulti che si può misurare la continua ricerca, l’approfondimento curioso e inedito di percorsi altrove battuti, che costituisce la cifra unitaria di queste poesie.

(Achille Serrao, “Disperse”, Immagini di Lia Zucconi, I libri del Quartino, 2008)

Scritto da il 28 febbraio 2009. Tematica: Letteratura.

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