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“Soir Bleu”
La mostra di Edward Hopper alla Fondazione Roma Museo del Corso aperta dal 16 febbraio al 13 giugno 2010 ha portato nella Capitale il clima sospeso della provincia americana, una metafisica senza porticati ed ombre lunghe, monumenti e locomotive ma con immagini assolate di normali abitazioni deserte oppure con persone comuni isolate nella loro simbolica immobilità.
Si fa subito conoscenza con Hopper e il suo mondo all’ingresso della mostra dove è stato ricostruito il bar forse più famoso della pittura moderna. Qualche visitatore vi entra e addirittura si fa fotografare con il bicchiere in mano, il lungo bancone avvolgente, il cameriere serve una coppia mentre un terzo avventore di spalle consuma la sua solitudine evidente anche nella coppia: tazzine e bicchieri sul tavolo, due contenitori per mescere bevande sul fondo e sgabelli vuoti in primo piano.
E’ la perfetta riproduzione a grandezza naturale con manichini e oggetti veri del quadro a olio su tela “Nighthawks” del 1942, ispirato a un locale d’angolo nel “Greenwich Village”, così celebre che in un manifesto i “nottambuli” avventori erano Humphrey Bogart e James Dean con il titolo “Salone delle illusioni perdute”. L’autore non pensava a queste e neppure all’isolamento notturno, intervistato al riguardo disse: “Forse inconsciamente ho dipinto la solitudine di una grande città”.
Un uomo tranquillo, un artista quieto
L’altro sigillo della mostra, sempre all’ingresso, è nella lunga cronologia parallela di sessant’anni di storia americana e di vita personale e artistica di Hopper: ebbene, nel suo paese è successo di tutto e il pannello che occupa l’intera parete lo ricorda. Dal terremoto di San Francisco a quelli della prima e seconda guerra mondiale, c’è il dito puntato dello Zio Sam con “I want you” e il fungo dell’atomica; poi i terremoti nella politica con le uccisioni dei Kennedy e di Martin Luther King e nella vita comune con la grande depressione e il boom economico, l’avvento dell’automobile fino all’uomo nello spazio; infine i terremoti nel mondo pittorico e artistico: dai movimenti d’avanguardia nella pittura, dove si succedono cubismo e impressionismo, fauvismo e futurismo, dadaismo e surrealismo, astrattismo fino a Warhol, alla carrellata del cinema da Charlot a Marilyn Monroe. In un monitor scorrono le immagini di film di gangster, riconosciamo scene ben note con James Cagney che esprime simbolicamente quel mondo sottostante alla quieta vita di provincia.
In tutto questo sommovimento storico e culturale la cronologia di Hopper si snoda tranquilla, dalla nascita nel 1882 nel borgo di Nyack, al diploma alla New York School of Art nel 1906 con l’impiego alla Phillips & Co come illustratore, poi l’ingresso nel Whitney Studio Club nel 1918 e nell’Institute of Arts and Letters di New York nel 1954 come membro onorario, dalle mostre collettive del 1908 e 1913 nell’Harmonie Club Building alle mostre personali da quella del 1920 al Whitney Studio Club al Museum of Modern Art del 1933, al Whitney Museum nel 1950 e 1964.
In questa tranquilla progressione di vita e di carriera, tutta vissuta a New York, l’unico sommovimento personale è dato dal viaggio in Europa, iniziato a Parigi nel 1906 a 24 anni, proseguito nel 1907 a Londra e Amsterdam, Berlino e Bruxelles; nel 1909 torna a Parigi e l’anno successivo si reca anche in Spagna, poi nel 1910 rientro definitivo a New York., dove era tornato anche nell’estate del 1907 e nel 1908. Un uomo tranquillo, e un artista quieto, senza turbamenti. Come i suoi quadri. E’ morto serenamente nella sua casa di New York il 15 maggio 1967 a 85 anni.
“Le Pont des Arts”
Un percorso lineare: la fase iniziale
Questo percorso lineare e senza scosse, dopo l’impatto del bar ricostruito e della cronologia dell’ingresso, non appare altrettanto evidente nell’esposizione, ma solo perché la mostra ha carattere antologico e vuole rivisitarne l’itinerario artistico nella formazione e composizione delle opere in diversi momenti, piuttosto che esibirne i punti di arrivo nella loro assoluta continuità. E allora i capolavori che ne marcano la cifra artistica, fatta di un contenuto e uno stile inconfondibili, spuntano come fiori miracolosi in un campo cosparso di tante piante, gli studi preparatori e le acqueforti, il resto di un’opera che viene scomposta e ricomposta agli occhi del visitatore.
E’ il percorso artistico proposto dal curatore della mostra Carter F. Foster, conservatore del New York Whitney Museum of American Art che ha prestato la maggior parte delle opere essendo il destinatario e depositario di molta sua produzione, 1.500 disegni e un gran numero di dipinti.
Si articola in 7 sezioni cronologiche e tematiche, che comprendono i primi lavori e quelli di illustratore, fissano con precisione ed efficacia gli anni di Parigi, attraversano gli anni dai ’30 ai ’50 e, “dulcis in fundo”, proiettano nella grande “metafisica” di Hopper, come ci piace chiamarla; perché nella radicale diversità propone analoghi interrogativi, enigmi e misteri. Ne parleremo al termine, al culmine di un itinerario da percorrere e da scoprire, diremmo da rivivere.
Cominciamo con gli “autoritratti” , raggruppati tematicamente dato che coprono un quarantennio. Nei primi a poco più di vent’anni nel 1903, il suo viso dall’espressione scura spicca sul nero dell’abito e del fondo, caratteristica di molti suoi dipinti per lo più di piccole dimensioni. Ci sono anche studi preparatori fin da allora, per il volto e soprattutto per le mani cui dedica particolare attenzione. E anche un autoritratto ambientale, la propria camera a Nyack, un interno che precorre altre incursioni nel privato delle abitazioni. Un salto di vent’anni, ed ecco l’olio che lo ritrae a colori quarantenne, con un’espressione distesa; poi un disegno a carboncino a sessant’anni.
Gli iniziali disegni su carta in inchiostro nero mostrano il suo tratto sottile, in alcuni alquanto elaborato: si tratta di bozzetti teatrali, dal “Pifferaio” a “Salomè” all’“Olympia”; sono esposti anche schizzi di volti, oggetti riprodotti minutamente, e nature morte.
Nei primi autoritratti e nelle altre opere di tale periodo segue i dettami del suo maestro Robert Henri, sono improntate a un realismo fatto di toni scuri e tinte monocromatiche. Caratteristici di questo stile lo “Standing Nude” del 1902-04, nel fondo scuro spicca il nudo femminile di spalle, morbido e ombrato; e il “Portrait of a Man with Spectacles”, il volto risalta sul nero rotto solo dal colletto bianco come in uno dei primi autoritratti. Scuri anche due interni con figure abbozzate: “Man Seated on the Bed”, l’uomo siede sul letto in una stanza che richiama la sua; e “Student and Teacher at the Easel”, l’insegnante dietro l’allievo seduto al cavalletto è quasi indistinguibile.
Dopo un quinquennio “The El Station”, la stazione della metropolitana che si distacca dalla produzione iniziale e precorre le opere della maturità; lo stesso si nota dopo altri cinque anni con “American Village” e “Queensborough Bridge”, un ponte nel quale anche il colore si schiarisce. Il dipinto del 1922 con l’“Automobile che corre a lato del vagone merci” torna ai toni molto scuri.
Nello stesso periodo, abbiamo un segno molto preciso e pulito con dei colori pastello nei disegni da illustratore che svolse per molti anni come attività lavorativa: tra gli altri “Giovanna d’Arco” e “Don Chisciotte”, “Il ragazzo e la luna” e “Studenti parigini”.
“Le Bistro” o “The Wine Shop”
Il periodo parigino
Si tratta di una fase fondamentale della propria formazione, nella quale conobbe le opere di Cezanne che morì nell’anno in cui lui era a Parigi, di Renoir e Sisley, Monet e Degas; soprattutto quest’ultimo lo colpì con la ricerca della verità nell’arte, ma anche gli impressionisti in generale influenzarono il suo modo di dipingere facendovi irrompere una luce e un colore molto particolari.
Suoi grandi dipinti sono ispirati alla Senna e ai ponti che l’attraversano; mostrano come la sua pittura si schiarisca e cominci ad acquisire, oltre allo stile, anche i contenuti che esploderanno nella maturità. Sono dieci e riproducono l’accoppiata fiume-ponte da punti di vista diversi, anche nelle anse del corso fluviale, con una varietà nell’ambiente circostante: citiamo per tutti il “Bridge in Paris” e il “Bridge on the Sein”, “Le Pont Royal” e “Le Pont des Arts”. Sono in una tonalità verde-gialla molto chiara, le acque non hanno colore, danno con il cielo una luminosità diffusa.
“Notre Dame de Paris” e “Le Pavillon de Paris” ci mostrano i rispettivi edifici nella stessa tonalità, un anticipo anch’essi degli sviluppi futuri della sua pittura senza figure umane. Per la presenza di persone è anticipatore anche “Le Bistro” o “The Wine Shop”, stupenda composizione del 1909 con all’estrema sinistra del dipinto due donne sedute a un tavolinetto rotondo all’esterno con la bottiglia e i bicchieri, la strada al centro e il ponte a destra su un’acqua questa volta blu.
Un’intimità, quella tra le due avventrici del bistrò, che ci sembra ritrovare, pur senza la presenza umana, in “Stairway at 48 rue de Lille, Paris”, un interno dove scala, porta e passamano della ringhiera, in un caldo legno scuro, sembrano penetrare in un privato che interesserà molto Hopper.
Come lo interessano le persone che incontra e ritrae in acquerelli con grafite su carta, negli atteggiamenti più diversi: più di una “Parisian Woman Walking” e “Parisian Workman” come “At the cafè” e “Cafè Table” in piedi e seduti al tavolino del bar, con abiti eleganti ed elaborati.
Sorprende per la sua diversità rispetto ai disegni ad acquerello, leziosi e raffinati, il forte carboncino del “Maquereau”, ritratto a mezzo busto di un “protettore”, berretto e sigaretta in bocca su un viso tenebroso, un ceffo si direbbe. La sorpresa cessa quando vediamo che non è un disegno a sé stante, ma uno studio per il celebre “Soir Bleu”, un grande dipinto parigino fatto “a memoria” nel 1914: il “cinemascope” di una terrazza sul mare con i tavolini del bar, la coppia in abito da sera e i due uomini che parlano, uno con spalline da divisa l’altro barba e berretto, dietro loro il “maquereau”, al centro un triste “pierrot” con il viso da clown che contrasta con la serietà degli altri, compresa l’ostessa che in piedi domina la scena sovrastata dai lampadari a sfera colorata. Tanti personaggi, ciascuno però chiuso nella propria solitudine e incomunicabilità anche quando non è isolato.
“Blackwell’s Island”
Il tratto scuro delle incisioni e il tono caldo dell’erotismo
Il carattere antologico e, si direbbe, didascalico della mostra, percorre poi l’itinerario delle sue incisioni, che ci portano in un mondo ben diverso. Sono gli anni ’20, le prime esposte hanno titoli in carattere con l’immagine che ne risulta, di grande oscurità: “Night Shadows” e “Night in the Park”, le ombre calano su una strada vista dall’alto e sulle panchine di un parco.
E anche quando le ombre non sono nel titolo, incombono sulle scene rappresentate in queste acqueforti su carta dove qualche scorcio riporta ai suoi classici contenuti (la casa isolata di “American Landscape”, le due persone sedute sopra un proscenio di “The Balcony”) mentre altri presentano il tema della ferrovia anch’esso a lui congeniale. Lo troviamo in due incisioni molto scure (“The railroad” e “The locomotive”), mentre delle sue tele ricordiamo “Railroad Sunset”, e “Small Town Station”, fino a “House by the Railroad”, un edificio vittoriano isolato al quale sembra si sia ispirato Hitchcock per il suo film “Psycho”, tutte incisioni degli anni ’20; e, agli estremi temporali, “Railroad Train” del 1908 e “Compartment C, Car 293” di fine anni ’30, nessuno di questi ultimi cinque esposto in mostra.
Dall’oscurità dell’Hopper incisore al calore del suo erotismo, cui la mostra dedica un’ampia sezione. Non si tratta ancora dell’erotismo che viene trovato nel suo “guardare dentro”, come fosse un voyer, magari dalla finestra aperta, agli interni dove ritrae donne sole e sconosciute colte in una pausa del lavoro quotidiano; ma dell’erotismo esplicito ed espresso nei corpi nudi e scosciati.
“Trait d’union” tra le due forme sono “Summer” e “New York Interior” e “Summer in the City”, dove l’ingerenza è indiscreta trovando la ragazza nel primo seduta a terra ai piedi del letto nuda dalla cintola in giù, negli altri due seduta sul letto di spalle oppure di fronte meditabonda.
Anche l’acquaforte viene utilizzata in “Open Window” ed “Evening Wind” e “conté rayon nera” come il carboncino in uno studio per “Evening Wind” e per la grafite su carta “Schizzo per acquaforte” che richiama nei tratti solo abbozzati l’olio iniziale “Standing Nude” del 1902-04.
Abbiamo diversi nudi disegnati con le tecniche ora citate, in diverse posizioni, soprattutto figure scosciate: “Reclining” o “Reclining on a Couch”, oppure “Lying on the Bed”, fino ai due “Reclining Nude, from Rear”, l’erotismo di un’inquadratura dal di dietro del corpo disteso nudo con un primo piano provocante del cosiddetto “lato B” della donna la cui testa non si vede neppure.
Invece appare piuttosto freddo “Girlie Show”, lo spogliarello visto al termine, la figura nuda e statuaria attraversa il proscenio a lunghi passi con il piglio da primadonna, ma manca l’intensa intimità dei nudi precedenti. Per quest’ultimo sono esposti anche degli schizzi e studi preliminari.
“The Sheridan Theatre”
Dal disegno alla tela: come nasce un capolavoro
Siamo giunti così alla sezione della mostra “dal disegno alla tela”, passando anche per una sorta di laboratorio dove il visitatore può fare la propria prova grafica. E qui abbiamo la dimostrazione di come molte opere del Maestro fossero il risultato di una complessa elaborazione, che passa per gli studi preparatori nei quali disegni e schizzi in piccolo formato anticipano l’immagine finale.
Li vediamo in tre dipinti che rappresentano grandi realtà territoriali e urbane: per “Blackwell’s Island” , la struttura compatta e insieme articolata di un edificio di più corpi con due ciminiere dietro il viola del mare è stata prima disegnata a carboncino nel suo insieme e nei singoli particolari; e così per “Apartment House”, anch’esso con il mare in primo piano e una teoria di edifici uniti che sembrano una cinta muraria insormontabile.
Molto spettacolari i disegni preliminari per “Macombs Dam Bridge”, la soprastante struttura in ferro viene sezionata nelle sue componenti in due studi, altri due preparano la pittura dell’insieme.
Ancora più dettagliati gli studi preliminari di “The Sheridan Theatre“, uno scorcio suggestivo della balaustra di platea e della galleria preparato da ben 14 disegni di grafite o “conté rayon” su carta marroncina con i singoli particolari e la ricomposizione che indica anche i colori prescelti.
Simo a metà e alla fine degli anni ’30, ma questa abitudine continuerà: la ritroviamo per “Dawn in Pennsylvania”, del 1942, dove il chiarore dell’alba è dato dal bianco della parete mentre il resto è ancora avvolto nell’ombra, soluzione abbozzata in tre studi preparatori; e anche nel successivo “Starway” del 1949, una scala interna che dà su un giardino, lo studio dai forti tratti neri lo anticipa con una rampa più lunga e un esterno più lontano, l’una accorciata e l’altro avvicinato nel quadro.
Particolarmente significativi gli studi per quattro grandi dipinti dal carattere molto diverso, perché non riguardano più strutture urbane o luoghi pubblici bensì i piccoli edifici caratteristici di Hopper e gli interni abitati tipici della sua ricerca di penetrarne la vita di tutti i giorni.
Ecco così per “Cobb Barns, South Truro”, e “Cobb Barns and Distant Houses” – due oli su piccoli edifici – ci sono studi preparatori in “conté rayon” e cera rossa uno, acquerello e grafite l’altro, poco più piccoli dei dipinti a olio, simili ai lavori finali, veri quadri compiuti essi stessi.
Siamo ancora agli ambienti inanimati, ma lo stesso avviene con le persone, come appare dai due esempi in mostra particolarmente eloquenti. Per “Pennsylvania Coal Town”, il grande olio su tela dello scorcio frontale dell’abitazione con l’anziano abitante colto a rastrellare l’erba, vi sono cinque schizzi in progressione, i primi quattro appena abbozzati con pochi tratti di matita, ma in tutti c’è la persona, il quinto definito in ogni sua parte dal segno profondo ma senza colore.
Un’attenzione e una cura ancora maggiori si notano negli schizzi preliminari di “Morning Sun”, il celebre quadro con la donna vestita a gambe scoperte e raccolte sul letto nella sua camera vicino alla finestra aperta su un esterno dallo scorcio di un edificio quasi metafisico. Sono molto istruttivi perché non solo seguono la progressione di cui si è detto dal semplice abbozzo; ma giungono ad una definizione molto più raffinata della figura femminile alla quale è dedicato, tra gli altri, uno studio particolare con annotazioni specifiche in ogni parte dell’immagine anche per il colore.
Così siamo giunti nel cuore della tematica di Hopper: le case isolate e le persone altrettanto isolate. E’ il culmine della sua arte, ci torneremo e descriveremo le altre principali opere su questi temi.