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Pianella. Niccola de Andrea: letterato…dimenticato

Niccola de Andrea (1764-1833): educatore, pensatore, letterato, curato,…dimenticato

Esserci solo nato a Pianella, come è accaduto a chi scrive, l’indomani della scoppio dell’ultimo conflitto mondiale , in Contrada Morrocino [nel Regno di Napoli il termine ‘morocino o moricino’ indicava ‘le mura fuori della città’] a confine con contrada Pratodonico (cfr. Codice Diplomatico di Orvieto) nella casa patriarcale di Peppino Chiavaroli (lat. ‘clavem valoris’, o ‘qui habet valores’, o toscanismo: ‘fabbricante di serrame’) da Lidia –paziente e pia tessitrice e ricamatrice del proprio corredo nuziale e della sua santa esistenza- e da Valentino Nardicchia (gr. ‘anerdikaios’=uomo onesto,giusto, appellativo che Luca, negli Atti degli Apostoli in lingua greca ,usa per Cornelio il Centurione, della Coorte Italica di stanza a Cesarea, primo ‘pagano’=abitante del ‘pagus’ a convertirsi, nel 41 d.Cr., al Cristianesimo per opera di San Pietro) di Cepagatti [probabile lat. ‘Cibelis pagus Attisque’, il che spiegherebbe l’importazione, a Roma, del culto delle due divinità anatoliche, forse per ingraziarsi la benevolenza di Annibale –Cibele: ‘Rea’ per i Greci, ‘Magna Mater’ per i Romani, generatrice di tutti gli dei, della natura, degli animali, delle selve; Attis, suo figlio/amante, eviratosi originò, con il suo sangue, la ‘melagrana’(dialetto cepagatense ‘mereanate’= lat.: ‘mea Rea nata’), frutto così caro al ‘vate D’Annunzio’ tanto da tenerne in abbondanza al Vittoriale, persino ricamata in tutti i propri tessuti e stoffe e drappeggi e biancherie-, in data certa: 4 aprile del 204 a.Cr., come registrato nei Libri Sibillini conservati al Palatino], non vuol dire assolutamente disinteressarsene della ‘Città di Papianilla’ [ probabile etimo -ridotto dal fenomeno linguistico ‘ipocoristico aferetico’ a ‘Pianilla’, quindi “Pianella”- dal nome della moglie di Sidonio (cognome ancor oggi diffuso nella zona) Apollinare (430-486 d. Cr.), poeta e funzionario galloromano (interessanti: Contrada Fonte Gallo e contrada Salmacina - acque sorgive alcaline e diuretiche care ai Celti), oppositore cristiano contro la ferocia dei barbari, genitori –i due- di Apollinare, Roscia (ha dato il nome a Rosciano?) e Severiana]. Anzi! Come i fatti dimostrano, i rapporti tra le due comunità –Pianella e Cepagatti- sono consolidati da tempo, in campo culturale, imprenditoriale, artigianale, agricolo, addirittura con frequenti matrimoni tra cittadini e cittadine dei due storici siti, smentendo così le presunte rivalità sancite da una improbabile fantasiosa ‘cannizzata’ divisoria all’altezza del Bivio di Cerratina, ai piedi della salita del ‘Cerquone’.

Niccola de Andrea, <sortì i natali in Pianella il 14 Maggio del 1764, e quivi il 19 Ottobre del 1833. trapassò di questa vita, pianto e desiderato, ovunque il sapere e la virtù sono in pregio>. E’ Raffaele d’Ortensio (Cepagatti 1807-1881), canonico, letterato, latinista, docente nativo della vicina Cepagatti che ci rende conto della vita del collega di Pianella nel volumetto “Elogio funerale di Niccola de Andrea” edito dalla Tipografia Angeletti di Teramo nel Dicembre 1834, 14 mesi dopo la dipartita del pianellese. Ed il volumetto è conservato nell’archivio-biblioteca del canonico don Vincenzo Verna (Pianella 1884- Cepagatti 1966), latinista, grecista, francesista e matematico (gentilmente messo a disposizione dalle nipoti Wanda, Vera Maria e Franca) venuto da Pianella a Cepagatti nella magione di una zia al centro storico, seguito dal fratello Settimio –realizzatore a Cepagatti della prima sala di proiezione: “Cinema Eden” negli anni ’30, sotto il ridotto di Palazzo D’Ortensio, nella piazzetta dietro la Torre Alex; passione trasmessa al figlio Ezio (premiato nel 2.000 da Manoel de Oliveira in persona), collaboratore di Giuseppe Tornatore nel film “Una pura formalità” girato a Rocca Calascio(1994), e poi dall’amico concittadino Peppino Rossi –responsabile delle linee elettriche UNES controllate da una figura mitica per i ragazzi di allora: il ‘Caposettore’- rispettivamente sposati, Settimio con Concettina –statuaria ma dolce, con i lobi coperti da una gran goccia di corallo bianco, la treccia spillata a crocchia sulla nuca- e Peppino (fratello di Enzo, famoso e antesignano pastaio) con Carina Nardicchia –più minuta, sorriso bonario a tutte l’ore, due gocce di corallo rosa sui lobi e sempre il “tuppo” sulla nuca- sorelle, le due, di Valentino –‘noleggiatore di rimessa’ con la fiammante Fiat Balilla 509 nera targata PE 2527- e del maestro ‘Pierino’ –educatore mitico e metodico, severo al punto giusto ma comprensivo: i quattro figli di Filomena, rimasta vedova nel 1922, con un negozio di generi alimentari e un forno nel Rione de Felice da dover gestire; entrambi, Settimio e Peppino sempre con la battuta pronta, sereni, mordaci quanto bastava, proprio come i recitanti pianellesi de “Lu BBongiorne”.

Niccola de Andrea, appena undicenne, fu avviato da uno zio sacerdote <ai buoni studi al Seminario di Chieti>. Qui, ci informa Raffaele d’Ortensio <…consolava i Precettori di allegre fiducie, che vinsero poscia di mille tanti i desiderj e l’ aspettazione>(termine –quest’ultimo- molto caro a Gabriele d’Annunzio: cfr. “Il piacere” (1888):<…vivere tutto il giorno nell’aspettazione inquieta, furiosa, terribile, del momento in cui ti rivedrò>; “Elettra” (1903) –‘Canti della ricordanza e dell’Aspettazione’; parola usata ben 5 volte de ‘Il Libro segreto’(1935), una sorta di ‘saudade’ trasmessagli dallo studio e dalla conoscenza di autori lusitani, quel sentimento tutto portoghese che va sotto il nome di “sebastanismo”, vigente ancor oggi, derivante dall’agognato ritorno del re Dom Sebastiao, morto giovanissimo senza eredi in battaglia ad Alcàcer Quibir, in Marocco, contro i Mori nel 1578).

< E l’ingegno si mostrò acconcio ed opportuno ad ogni sorta di disciplina;> -continua D’Ortensio scrivendo, come detto, l’ “Elogio funerale di Niccola De Andrea” (da notare l’originario valore aggettivale di: ‘funerale’, ai giorni nostri sostantivato)- <e potè educarlo come alle immagini del bello della Scuola del divino Marone (Publio Virgilio Marone: 70 a.Cr.-19 a.Cr.: poeta), così alle lunghe ed ardue speculazioni, e ai calcoli profondi in quella del Genovesi (1713-1765: scrittore, filosofo, economista)e di Archimede (Siracusa 287 a.Cr-212 a.Cr.: matematico, fisico, inventore)>. D’Ortensio lamenta il decadimento in Italia, all’epoca, della Poesia: <…la divina Poesia, caduta tra le arti di fuggevole dilettamento, non più faceasi ministra efficace di civiltà e di verecondi costumi,…>; e della Prosa: <Nella Prosa una scomposta, e licenziosa dicitura usurpato avea il posto della nativa e casta semplicità del buon tempo antico…>. E si compiace del richiamo alla Classicità del collega di Pianella: <Il De Andrea […] vide che in mezzo a quei tanti letterarj disfacimenti soltanto era salute in quei Volumi, su cui riposa l’autorità de’ Secoli illibati…[…], e prestò splendido documento di aver avuto il vero animo italiano, quando nello studio delle lettere si mise alle poste degli antichi>. Quindi, prosegue il Canonico cepagatense: <Egli, che diggià era avviato alla Chiesa, quando poi ebbe giudizio e volontà di deliberare di sé, […] si rese in vesti Sacerdotali>.

Nel 1786, tre anni prima della Rivoluzione francese, il De Andrea tenne la Cattedra di Grammatica nel Seminario di Chieti. L’anno successivo, il suo Vescovo di Atri-Penne Monsignor Bonaventura Calcagnini lo chiamò ad un compito più elevato nel proprio Seminario: ‘leggere’ Filosofia e Matematica. Da queste notizie di D’Ortensio si può rilevare che i due Seminari, quello Vestino e quello Marrucino, erano contraddistinti da una connotazione, una impronta, una specializzazione precisa: ‘letteraria’ quello di Chieti, ‘filosofico-matematica’ quello di Penne. E qui il Canonico di Cepagatti mette fuori anche la propria erudizione: <Impertanto questo amore irresistibile del vero, e la fatica che, senza mai darle sosta, durava il DE ANDREA in cercarlo, acquistavano alle sue lezioni universalità in tutte le materie; perciochè siccome di un nostro Filosofo (Gian Battista Vico: Napoli 1668-1744, autore di “Scienza Nuova”) scrisse il Montucla (Jean Baptiste Montucla: Lione 1725-Versailles 1799, autore di “Histoire des Mathémetiques”), ch’egli sforza la natura ne’ suoi trinceramenti, così il nostro NICCOLA non offendendo in quegli scogli, ove l’antica sapienza si ruppe, ma accostandosi alla novella, ch’è tutta ne’ fatti e nelle osservazioni,, mettevasi su i gran passi di quegli immortali italiani, che primi alzarono la fiaccola, alla cui luce corsero poscia tutt’i Saggi dell’Universo>. Il docente pianellese ha una metodologia tutta particolare, rivoluzionaria per l’oggi; si faceva giudicare pubblicamente: <E affinchè il Pubblico facesse giusto giudizio di Lui e degli Alunni, soleva (cosa per altro a quei tempi comunale) chiudere l’anno de’ suoi insegnamenti con pubbliche conclusioni, data facoltà a tutti di potere incontra objettare: nelle quali esercitazioni i valorosi Discepoli feron sempre buonissima pruova di sapere, ed Egli il valente Precettore nella ben concetta stima di Lui si raffermava>.

Tre anni dopo, causa ristrutturazione dell’edificio, De Andrea lasciò il Seminario di Penne ed entrò, quale insegnante, in quello di Chieti ove era stato studente. Anche qui rimase per tre anni .

Nel maggio del 1792, come a voler offrire un uomo di così vasta cultura ai Pianellesi perché vi si abbeverassero, < la Maestà di Ferdinando IV lo insigniva di Regia Cura nella Patria sotto il titolo di S.Salvatore […].E la Patria nel rivederlo si commosse ad allegrezza pubblica> . Non son trascorsi due anni che il proprio Vescovo <lo elesse ad Arciprete in Rosciano, a lui fidando il governo di parecchi contermini paesi>. E qui restò per un decennio.

Annota ancora Raffaele d’Ortensio: <Correva intanto il 1804 e l’Augusto Ferdinando IV lo donava di Regio Canonicato nella sua Patria>. Tornato di nuovo a Pianella, quindi, De Andrea fu celebre campione d’omiletica per <gli esercizj della sacra eloquenza […] e di bella, grave, e nobile concinnità fiorendo le sue Concioni, ricolse nelle prime Città di Apruzzo premj amplissimi di lode, e di stima>. Qui compose liriche :all’età di 18 anni s’era iscritto all’Arcadia con lo pseudonimo di Clarinto Enaade e, ora, è richiesto da molte Società Letterarie come la Società Senese e quella Pontaniana, nonché dalla <mia Colonia Aternina dei Velati> aggiunge D’Ortensio il quale, più tardi, nel suo “Introduzioni allo Studio della Letteratura e della Eloquenza Italiana” -Teramo- Tipografia di Quintino Scalpelli- 1863, taccerà l’Arcadia di scarso valore riformatore e, citando il Botta, di ‘letteratura molle, eunuca’; <e a tutte egli faceva continuamente mandato di forbite e giudiziose prose, e di finissime poesie>; ebbe contatti con <illustri amicizie: son chiari nomi quelli di Marrano, de Martiis, Dragonetti e di Armellini>; scrisse il “Trattato della vera Religione”, in equilibrio tra l’incipiente ‘illuminismo’ italiano di Antonio Genovesi (1713-1769) che trova un compromesso tra ‘idealismo ed empirismo’, e l’evoluzionismo dello svizzero Charles Bonnet (1720-1793), scopritore della ‘partenogenesi’.

Intanto <la volontà del Re (Ferdinando IV di Borbone), e del Pontefice (Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti di Cesena) consentivano alla riapertura del Seminario di Penne, e nel 1816 fu il valent’Uomo invitato a inaugurarlo>. Il De Andrea fu chiamato dal Vescovo Monsignor D. Domenico Ricciardone a dirigere il Collegio e, per le sue eccezionali doti, venne insignito dei titoli di ‘Esaminator Prosinodale dell’universa Diocesi’, ‘Prefetto della Congregazione de’ Casi Morali’, ‘Lettor Teologo’, ‘Capo e Reggente del Seminario’.

Nel 1826 <carco di gloria e di fama rientrava il buon Vecchio nel suo Larario, per non dipartirsene mai più>. Fece in tempo a tradurre dal latino le ‘Orationes’ del filologo, umanista transalpino, naturalizzato italiano, Marc Antoine Muret (1526-1585), precettore di Montaigne. Stese anche un testamento scritto di proprio pugno, come riferisce Raffaele d’Ortensio: <perché in esso egli erse un pingue legato a favore del Reverendo Capitolo di Pianella, di molti beni fondi, il cui valore somma meglio di ducati mille, non che di ducati settecento, resultanti da tanti Capitali in denaro, ingiungendo l’obbligo di tante Messe in cadauna semmana, non che altri ufficii, e riti santi, e da ultimo la dotazione di due Orfane fanciulle in ogni anno, elette tra le ascritte alla congrega del Sacro Cuore di Gesù, da lui stesso eretta nella città di Pianella>.

Termina D’Ortensio: < Nell’ottobre del 33, impensatamente, infermò di Disfagia; e lunga e vana pruova vi fè sopra la pietosa arte di Coo. […] Il giorno 19, avendolo pria la Religione confortato de’ suoi soccorsi, NICCOLA DE ANDREA era passato.>. Ma dove sono finite le opere del dotto pianellese? Chissà! Raffaele d’Ortensio semplicemente rimarca <Non seppe mai vincere quella modestia che governò tutta la sua vita, e lo fece ritroso a pubblicarle con le stampe>. Ai ricercatori d’oggi, quindi, l’arduo compito.

Scritto da il 13 aprile 2012. Tematica: Abruzzesistica.

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