Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

La pioggia batteva con furia sulle finestre della mia grande casa, io ero seduta sul divano e guardavo la tv, accoccolato sui miei piedi il piccolo Minù dormicchiava. Ero sola, mio marito era a cena con i colleghi e i miei figli erano fuori con degli amici. Dal grande camino il calore del fuoco scaldava un po’la sala, ma era troppo gelida la temperatura di queste ultime serate invernali, e ben poco riusciva a stemperare la fiamma, seppur la legna bruciava con immane fragore e con grandi scoppiettii, ma se non altro irradiava con i suoi fasci luminosi questo angolo di paradiso buio, creando una strana e assolutamente unica e suggestiva parentesi magica. I tuoni squarciavano la quiete serale, e i lampi di fuori rischiaravano le tenebre, la tv trasmetteva immagini dure di scontri, di morte, di feriti e dispersi, immagine di ragazza trovata morta dopo mesi di assidua ricerca e di viva speranza, immagine dell’ennesimo alpino caduto in nome della pace, e altre ancora, un sacco di brutte cose, che feriscono dentro. L’istinto mi disse di spegnere, la tv stasera era troppo devastante intimamente, e quelle immagini, erano come pugnali che si conficcavano dentro la mia carne. Io già troppo ferita dagli eventi della vita, non potevo vedere lo scempio che intorno a me si aggirava, come una belva feroce, come una strana creatura ferita, e ora, guardavo le immagini della guerra appena cominciata, e già mi sentivo persa, per questa stupida e folle irrazionale gara al massacro.
I miei occhi velati di un pianto sommesso, rifiutavano queste scene di violenza, e il mio cuore, soffriva per ogni piccola vita strappata con immane crudeltà a questo mondo, era troppo triste il pensiero dei numerosi innocenti periti in nome di una folle idea di supremazia, e questa sera, la mia mente non voleva più pensare a niente, così spensi. – “Nella scrivania, si è nella scrivania”mi avvicinai al vecchio scrittoio che tanto mi aveva sopportato nei lunghi anni della mia adolescenza, aprii il cassetto e lo vidi finalmente. Lui era li, come sempre, attendeva che io mi decidessi di nuovo a scrivere, il mio quaderno delle poesie, era il mio amico più fidato, era colui al quale riuscivo con estrema semplicità a sviscerare tutti i miei dubbi, le mie paure, le mie incertezze, era solo con lui che io potevo parlare la mia lingua, quella del cuore. Lo presi e mi buttai a capofitto su questo mucchietto di carta, lo feci mio per l’ennesima volta, e impressi dentro i suoi fogli le mie assurde follie, le mie emozioni, scrissi una poesia “A Yara” . La scrissi di getto, presa dall’impeto del mio io ferito. Erano tanti giorni che era scomparsa Yara una bambina di 15 anni appena, la si cercava dappertutto, in Veneto si, ma anche altrove, di lei nessuna traccia fino a qualche giorno fa. Avevano ritrovato il corpicino senza vita buttato su una zolla di terreno incolto, una rabbia mi aveva preso dentro, quando avevano divulgato la notizia e avevo pianto tanto, si tanto, per questo piccolo angelo volato in cielo. La storia di Yara mi aveva colpito molto ed il mio io più profondo questa sera aveva testimoniato ciò che sentiva a riguardo, scrivendo queste poche righe, ma non era ancora appagato. Continuai a cercare l’ispirazione e trovai il modo per sfogare le mie frustrazioni ancora scrivendo una poesia, breve dichiarazione d’amore alla mai città la intitolai, “Un mucchio di macerie”.
Mi era stata ispirata la sera prima, quando ero andata per l’ennesima volta all’Aquila. Era freddo, tanto freddo, ma io non ero rimasta dentro al calduccio, ero dovuta andare sotto i portici tra quei vecchi palazzi che mi avevano vista crescere, e in cui io avevo lasciato il cuore. Non potevo non continuare ad andare a trovarla la mia città ferita, era più forte di me, ieri poi, presa da una strana follia avevo parlato con lei, era così deserta, la vedevo così sola, allora le avevo gridato a gran voce il mio amore e mio marito aveva cominciato ad avere seri dubbi sulla mia stabilità psico fisica. Già qualche giorno prima lo avevo lasciato basito quando tra l’incredulità dei passanti avevo acceso una bella conversazione con la statua di Sallustio a piazza palazzo, e già allora credo che avesse preso in considerazione l’idea di un mio ricovero alla neuro, ora penso che quella idea si stesse seriamente radicando in lui, mi guardava scioccato dopo le mie ultime farneticazioni, “ma non vedi” gli avevo detto: “lei ci sorride” e quando mi ero voltata, vedendo la sua faccia seriamente preoccupata avevo esclamato “A!!! be… se la guardi così durerà poco il suo sorriso”. quanto non capiscono questi uomini, avevo pensato tra me e me. Mi venne da sorridere ripensando alla faccia di mio marito e dei passanti che mi guardavano scioccati. Cominciava a fare tardi ormai, prima di coricarmi, rilessi con attenzione tutto ciò che avevo scritto in questa serata aliena, e detti un’occhiata anche a ciò il mio quaderno, che negli anni passati avevo trascritto e mi aveva accompagnata, in questo lungo trascorso di vita. La notte ora, mi sembrava meno buia, io avevo ancora il mio amico più fidato con me, e a lui, anche stasera, avevo confidato la mia rabbia e le mie emozioni, il mio amore per la mia terra, e l’immenso rispetto che provavo per lei. Ora, era tutto impresso con inchiostro indelebile sui fogli ingialliti del mio quaderno. Il terremoto non aveva spento neanche per un attimo il mio intimo desiderio di essere parte integra della mia città, ed io questo ora, come altre decine di volte, lo avevo confessato senza remore, a lui, che era diventato narratore del tempo che passa e del grande legame che mi univa alla mia terra natia. Quella sera mi addormentai felice, sorridendo al pensiero che il mio amico, mai nella vita, mi avrebbe tradita, e già solo per questo, meritava di essere da me amato, ma anche perché lui era il testimone su questa terra, delle mie follie, dei miei umori, delle mie lacrime, ma anche delle mie gioie, delle mie certezze, e delle mie mille sfaccettature…
Cristina
2 marzo 2012 a 09:48
C’è un piccolo errore nel testo, nella frase “Cominciava a fare tardi ormai, prima di coricarmi, rilessi con attenzione tutto ciò che avevo scritto in questa serata aliena e detti un’occhiata anche a ciò (“il mio quaderno” non va letto)che negli anni passati avevo trascritto e mi aveva accompagnato in questo lungo trascorso di vita…
Vi chiedo scusa per la sbadataggine