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“Reminescenze” di Felice Marcantonio: “Il nonno Feliciano”.

Gli anni passano velocemente: la vita scorre davanti ai nostri occhi ammaliandoci con i suoi profumi, le sue passioni, in alcuni casi anche rattristandoci con i suoi problemi eppure ci sono aspetti e situazioni che non dimenticheremo mai e rimarranno sempre impressi nella nostra mente diventando veri e propri ricordi oltre che parti integranti della nostra esistenza.

Ugualmente emozionanti sono le “remiscenze” che il nostro amico Felice Marcantonio vuole condividere con noi lettori renderci parte integrante della sua vita..

“Mio nonno Feliciano, oltre alle sue attività di contadino e di pastore, faceva anche il boscaiolo ed il carbonaio, aiutato dai figli. Io, ragazzo, ero affascinato nel vedere le fasi di preparazione della carbonaia, quando mio padre mi conduceva con sé in montagna. Trovavo già il nonno a “depezzare” legna con l’accetta o a preparare la base della carbonaia. In quel periodo il nonno dormiva spesso solo dentro un precario capanno costruito tra i faggi, tranquillo come una pasqua, come fosse una cosa del tutto naturale. A volte si preparava anche il pasto, se era solo… Ripensandoci ora, a me vengono invece i brividi.

Di notte, si sa, il bosco si anima di ogni sorta di voci: civette, allocchi, gufi e barbagianni si sfogano in lugubri lamenti, simpatici solo ai poeti. Per la carbonaia prima bisognava preparare la base in uno spiazzo adatto e pianeggiante di circa 100-150 mq. La legna da carbonizzare era indicata dai militi forestali ed era di proprietà demaniale destinata ad uso civico previo compenso al Comune. Preparata la base con piccone e badile e resa il più possibile pianeggiante, con rialzi di zolle e pietre, si procedeva a comporre la carbonaia con tronchi di legna lunghi circa un metro e di diametro vario, di 20 cm al massimo. I tronchi più grandi si spaccavano in quattro o più parti. Ora che ne scrivo, rivedo il nonno all’opera con la pipa di terracotta spenta tra le labbra, con il corpetto liso e sbottonato e con la camicia, senza il collare, piuttosto insudiciata…Ad uno spuntone di ramo era appesa la giacca della quale era difficile conoscere la stoffa iniziale per le tante toppe che la costituivano. Una giacca pluridecorata insomma…Agiva in silenzio, con mosse precise, studiate. Tra le labbra aveva sempre, come detto, la sua pipa di terracotta spenta e ne ciucciava continuamente la cannuccia tanto che le ganasce assumevano la forma del sedere di galline. Un piccolo fuoco era sempre acceso a lato della carbonaia, per compagnia di giorno, mentre di notte, diceva nonno, per tenere lontani gli animali feroci e ridacchiava, sapendo di mentire. Allora non c’erano i cinghiali nel bosco ma, oltre agli innocui uccelli notturni, c’erano lepri, volpi, faine e martore, anch’essi innocui…. Quando sentiva il bisogno di prender fiato, si sedeva su un sasso e caricava la pipa per una fumatina. Usava il tabacco detto trinciato forte o, in mancanza, foglie secche di betonica frantumate, che raccoglieva e seccava lui stesso…Ho ancora impresso nella memoria l’originalissimo modo che usava per accendere la pipa. Toglieva dal fuoco, con una schiappa di legno, un pezzetto di carbone acceso, lo poneva nel palmo della mano e, agitandolo per non scottarsi, lo faceva scivolare nel cratere della pipa aspirando più volte. Mi fermavo a seguire incantato quelle nuvolette di fumo che gli uscivano di bocca a volte sottoforme di anelli come nei fumetti degli indiani. Solo quando il fuoco era spento, usava i fiammiferi di legno, gli “zolfanelli”, ma diceva che mai, e poi mai, avrebbe dato a qualcuno un centesimo se l’avesse visto accendere la pipa con i fiammiferi se nei pressi ci fosse stato un fuoco con brace viva.

Nonno iniziava l’attività di carbonaio verso fine aprile, appena dopo che nel bosco s’era sciolta la neve. Per prima cosa, con pali e frasche, si preparava il capanno, la ” camera da letto ” per passarvi le notti. Il materasso era costituito da uno strato di foglie secche dello spessore di una decina di centimetri. Si copriva con vecchie coperte militari o vecchi mantelli, anch’essi militari. Non so dire come se li fosse procurati, i mantelli, le cappe o mantelline, come si diceva. Mia nonna li aveva ritinti affogandoli in una tinozza di acqua entro cui faceva bollire noci acerbe, col mallo ancora verde. I mantelli assumevano un bel colore nerastro con riflessi azzurrini. Certo io non sempre ero vicino al nonno in tempo di scuola, ma d’estate sì, mi portava mio padre quando il nonno, aveva bisogno di lui per comporre la carbonaia o per insaccare il carbone.

Al centro dello spiazzo dove sarebbe sorta la carbonaia, mio padre o uno dei miei zii o il nonno stesso, scavano quattro profonde buche agli angoli di un virtuale quadrato di circa 80 cm di lato e collocavano in esse quattro lunghe pertiche di faggio belle dritte e ben fissate. Nasceva così le scheletro del camino della carbonaia. I tronchi di legna di non oltre un metro di lunghezza erano stati in precedenza disposti ai bordi dell’area interessata all’opera. Ora si lavorava in equipe,nonno e figli, ed anch’io cercavo di rendermi utile in qualche modo. Si cominciava a disporre sui quattro lati del camino i tronchi più grandi,uno sull’altro, formando una gabbia. In questa fase nessuno parlava, gli uomini sudavano per la fatica e, di tanto in tanto, si dissetavano bevendo a turno acqua direttamente dall’anfora di terracotta…L’anfora di terracotta, quanti ricordi! In dialetto si chiamava ” la VOZZ’” per la sua forma panciuta, come un bozzo, entro cui l’acqua rimaneva fresca anche al sole. Ho capito il perché molto tempo dopo. quando ho appreso, studiando,il significato di capillarità. La terracotta è porosa, trasuda,e le micro particelle di acqua, uscendo, evaporano rapidamente sottraendo calore alla superficie dell’anfora che pertanto non si calda!

Ora il discorso si fa più arido dovendo sinteticamente descrivere la parte operativa di costruzione del manufatto. L’ altezza della gabbia del camino era di circa 2,5-3 m. Era praticamente un prisma a base quadrata. Sempre in silenzio, o quasi, nonno,che coordinava anche il lavoro, papà e zii, disponevano ora i tronchi in piedi tutt’intorno ai lati della gabbia, leggermente inclinati. All’inizio su tre file ottenendo così il cosiddetto tronco di cono di base. In questa fase si usavano i tronchi di maggiore spessore che, essendo più vicini al camino e quindi nella zona a temperatura più alta, iniziavano a carbonizzare prima per essere in fase con la carbonizzazione dei più sottili tronchetti esterni. Si passava poi al secondo stadio poggiando i tronchi sopra quelli del primo stadio, in doppia fila, questa volta, mettendo sempre i più spessi verso la gabbia. Con un solo strato di tronchi sul secondo gradino si otteneva il terzo ed ultimo stadio. Poi il nonno e gli altri congiunti ponevano opportunamente altra legna sui tre livelli e tutt’intorno in modo da arrotondare gli spigoli fino ad ottenere una costruzione a cupola,di circa 15 m di diametro e alta,come detto in precedenza, intorno a 2,5-3 m. e con un buco al centro, il camino…A questo punto la soddisfazione del team era palpabile. Il nonno caricava la pipa,a testa bassa, senza parlare. Ora il grosso era fatto. Il completamento era rimandato al giorno dopo. Così stanchi e soddisfatti gli uomini tornavano a casa ed io con loro….

Il giorno dopo non andammo nel bosco. Aveva piovuto per tutta la notte e non c’è nulla di peggio che maneggiare legna di faggio bagnata. Scivola dalle mani come anguille vive col rischio di farsi male. Allora non s’usavano guanti, ma solo le mani appunto, ruvide, callose e forti. Per il nonno stare in casa era una pena, non conosceva l’ozio, non sopportava i fannulloni, li chiamava: mangia pane a tradimento. Passò la giornata rosicchiando la cannuccia della pipa, spesso borbottando. Non saprei dire se esprimeva rammarico per l’imprevisto contrattempo o sfogasse la rabbia con qualche irripetibile bestemmia. Il giorno dopo mamma mi svegliò prima dell’alba, il tempo si era rimesso al bello, si vedevano ancora molte stelle e all’orizzonte i primi rosastri colori dell’alba… Una tazza di caffè d’orzo con una fetta di pane raffermo e via.. verso il bosco, con mio padre che aspettava fuori, già pronto, e zio Vincenzo col mulo a cavezza, per il trasporto del cibo e degli attrezzi. A quell’ora il nonno doveva essere già sul posto. L’avrete già capito, mio nonno, Feliciano, era uomo rude, a volte burbero, non cattivo, certo severo. Era il capo del clan, a tavola nessuno si sedeva prima di lui e nessuno s’alzava senza il suo consenso. Dati i tempi e per la sua cultura elementare, non vedeva di buon occhio che io studiassi. Una volta, tornando dal collegio, mentre lo salutavo, bruscamente mi disse: “ abbosch’t’ a magnà ( guadagnati il cibo)”,come a dire che con lo studio non avrei avuto di che sostenermi. Uno dopo l’altro, i tronchi prima e i tronchetti dopo, si impilavano sui tre stadi della carbonaia, in modo da formare una cupola compatta e curando bene che non vi fossero spazi vuoti tra i legni. Cavità anomale avrebbero prodotto difetti di carbonizzazione. Due giorni occorsero perché tutta la legna prevista fosse sistemata…

Ora il lavoro si faceva più semplice. Mio nonno copriva la carbonaia con le frasche verdi dei faggi recisi, mentre mio zio e mio padre setacciavano il terriccio circostante, accumulandolo. Poi insieme coprivano la carbonaia con abbondante strato di foglie secche, raccolte in sito. Le foglie si ricoprivano infine con la terra stacciata usando come setaccio una vecchia rete da letto e badili. Si poneva in ciò la massima cura, l’isolamento della legna da carbonizzare doveva essere perfetta per evitare anomale combustioni. Doveva rimanere abbastanza terra a lato del manufatto per intervenire in tempo a spegnere eventuali focolai indesiderati. Finalmente la carbonaia era pronta; non restava che accenderla.

Un breve riposo per mangiare qualcosa, frittata con peperoni e cipolle, un sorso di vino casareccio, una passata del dorso della mano sulla bocca per asciugare le labbra e tutti di nuovo al lavoro. Da bere per me solo acqua, a sorsate, direttamente dall’anfora di terracotta. Restava da introdurre sterpaglie secche e minuti legnetti nel “camino” servendosi di una scala a pioli per accedere all’imboccatura. Si versava infine nel camino alcune palate di brace viva e sterpi accesi per avviare la combustione. Prima un fil di fumo, poi un flusso sempre più denso, erano segni di buona partenza. In questa fase, molto delicata, bisognava alimentare in continuazione il braciere della carbonaia con pezzetti sottili di legna, possibilmente secchi, per tener viva la combustione. Allo stesso tempo, sulla circonferenza della carbonaia, a circa mezzo metro dal suolo, si praticavano, con un palo appuntito, alcuni fori di pochi centimetri di diametro. Erano gli sfiatatoi per la fuoriuscita del vapor d’acqua. Bisognava alimentare il cratere per 24-36 ore, con interventi anche notturni, finché la brace non arrivasse quasi alla sommità del camino. Il calore prodotto in questa fase serviva ad attivare la carbonizzazione della legna prossima alla brace. A questo punto la trasformazione diventava autonoma e l’imboccatura veniva chiusa con frasche e terra. D’ora in poi la carbonaia doveva essere accudita con cura particolare tenendo in gran conto le esperienze precedenti. Per questo scopo restava solo il nonno, anche di notte, e a me toccava ogni giorno portargli il cibo. Il nonno ci dialogava con la carbonaia. Se l’attività gli sembrava troppa intensa chiudeva con la terra alcuni dei fori di respirazione o ne apriva altri lungo la parete a diversa altezza in caso contrario. A mano a mano che la cottura procedeva, la forma della carbonaia si modificata, implodeva su se stessa. Il colore azzurrognolo del fumo e l’odore acre avvertivano che la reazione era completata… C’era ora da liberare dal terriccio e dalle altre scorie il carbone prodotto, l’oro nero, come dicevano i sapienti. L’operazione richiedeva perizia ed attenzione. A fianco della carbonaia difatti erano disposte alcune taniche piene d’acqua. C’era anche un bel cumulo di terra setacciata. Tornavano in campo gli uomini di casa, ed io con loro, per le incombenze meno impegnative. Con rastrelli di legno a denti larghi, si scopriva pian piano la carbonaia ancora fumante. Con palate di terra o spruzzi d’acqua si spegnevano gli eventuali focolai ancora attivi o causati al momento da combustione spontanea. Il carbone, ancora caldo, si radunava in piccoli mucchi, nella piazzola per essere, una volta freddo, vagliato ed insaccato.
Quanto tempo è passato ! Rivedo la faccia del nonno, piena di rughe e di polvere nera ovunque, sulle ciglia, dentro le orecchie e le narici, sui baffi, persino sulle labbra…Rivedo il mulo mentre veniva caricato che scuoteva la testa, o le orecchie, o la coda, per scacciare quel noiosissimo tafano. Rivedo…..!”

 

 

 

 

Scritto da il 14 gennaio 2012. Tematica: Abruzzesistica.

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