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Questa è la storia di un altro grande personaggio di Pretoro e come sottolinea Felice Marcantonio nell’ultima parte della sua storia, si tratta di una donna poco ricordata; eppure ha avuto così tanta importanza da non poter fare a meno di menzionarla, almeno.. E’ un personaggio che ancora una volta entra a far parte del bagaglio culturale di questo paese: esso infatti viene raccontato proprio attraverso i suoi personaggi e la sua cultura. L’anima di un paese è simile ad un grande “puzzle” fatto delle molte anime dei suoi abitanti che si uniscono in un abbraccio virtuale e ne favoriscono il ricordo, senza perderne le tracce..
Lasciamoci raccontare da Felice chi fu questa “levatrice” di Pretoro..
“Si chiamava Antonia Baldassarre e proveniva da Manoppello, allora provincia di Chieti. Era venuta a Pretoro nella prima decade del 1900 già sposata e con tre figli piccoli, due femmine e un maschio. Era stata chiamata a Pretoro come levatrice professionale ( “a mammoin’ “, la mammina, la levatrice). Nel 1900, il 23 agosto, aveva conseguito presso la Regia Università di Napoli il diploma di levatrice a firma dell’allora rettore Luigi Pinto in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della nazione, Re d’Italia.
L’uomo, che improvvidamente aveva sposato, era un fannullone vagabondo e presto il loro rapporto si incrinò tanto che una sera, dopo l’ennesimo diverbio, zà Ndunièll’ gli versò in testa una zuppiera di “sagne” bollenti ed il malcapitato capì che era ora di “smammare”. Partì per l’Argentina, anche se nessuno lo sa per certo, e se ne persero le tracce. Alla moglie restarono tre figli piccoli da mantenere.
Aiutava a nascere i bambini nelle misere casupole del paese. Bastavano un catino di acqua tiepida e la perizia delle sue mani . Era sempre disponibile con qualunque tempo e si accontentava di più che modesti compensi: un fascio di ceppi secchi, qualche uovo fresco, una bottiglia d’olio e altre cose del genere.
Oltre al suo mestiere che esercitava con riconosciuta e lodata bravura, sapeva ingegnarsi in tante altre attività. Cuciva indumenti, specie quelli di panno ruvido tessuto dalle massaie del paese, indistruttibili. Praticava iniezioni a chi ne aveva bisogno e, all’occorrenza, cavava anche i denti con una pinza che definire rudimentale vuol dire elogiarla. “Sciaccut’ la vòcch’ ngh’ l’acqua frèdd’, ordinava ad operazione conclusa ( sciacquati la bocca con l’acqua fredda )”.
Ricorrevano a lei soprattutto le mamme, ma non solo, a cercar consigli, in genere per i malanni dei bambini: “ Oddì, Nduniè, c’aija fa, stu cét’l’ n’n cach’ ! ( sto ragazzo non va di corpo!) “e lei consigliava il rimedio adatto, in questo caso una suppostina fatta a mano di sapone di casa. Oppure: “stu cét’l’ tè la sciòlt’, ch’ jaia dà? ( sto ragazzo ha la diarrea, che cosa gli devo dare?)” e lei suggeriva l’astringente appropriato, succo di limone e riso in bianco.
Alle ragazze da marito insegnava a cucire, a ricamare ed anche a preparare le coltri di lana per il letto. Mi par di rivederla mentre sistemava sullo spiazzo avanti casa un capace telaccio che fissava a terra con quattro chiodi agli angoli. Sul telaccio stendeva la stoffa che imbottiva con lana cardata usando spago e ago da materassaio.
Di molti bimbi era chiamata lei dalle neomamme a far da madrina al fonte battesimale, per il bene che le volevano e per sentita riconoscenza. Ne aveva tenuti a battesimo tantissimi negli oltre quarant’anni di attività. A volte si lamentava perché a Pretoro molti bambini nascevano d’inverno e lei doveva correre con qualunque tempo, anche nelle frazioni. “Per forza”, diceva, “s’accoppiano in primavera, quando si risveglia la natura…!”
Quando le cose non le andavano nel verso giusto, sfogava la rabbia con l’imprecazione :” p’ Crist’, Domino nostro!”, spesso reiterata! Con questa frase accompagnò il suo gesto liberatorio allorché versò in testa al marito, come s’è detto, la zuppiera di “sagne” bollenti che costrinse il malcapitato a togliere il disturbo…
Per le frazioni più lontane, soprattutto d’inverno, qualche parente del nascituro veniva a prenderla col cavallo che lei montava, come un’amazzone, indossando sempre un paio di pantaloni alla zuava. Tanta ormai era l’esperienza in campo sanitario che il giovane medico del paese, Mario Civitarese, la voleva sempre appresso, durante le visite, per conoscerne il parere prima di declinare la diagnosi.
E capitava talvolta che gli dicesse:” no, don Mario, non mi pare colite”, oppure :” è un ittero, ha le pupille gialle” ed altri numerosi interventi che il medico vagliava con attenta riflessione.
Negli oltre quarant’anni di servizio era diventata un mito. Spesso i pretoresi vedendola, già vecchia, ma ancora attiva, si ripetevano tra loro:” chissà quanti mijécul’ a ttaccat’ za Ndunièll’( chissà quanti ombelichi ha legato zia Antoniella)”.
Già poco tempo dopo che era a Pretoro era indicata col solo epiteto: “a mammoin’…Ehi. mo so vést’ a mammoin’(ora ho visto la “mammina”)” oppure:” s’ sta fijà Marì…a mammoin’ sta dèntr’ “, e così via. Questo epiteto è passato poi ad indicare tutti i componenti della sua famiglia, figli e nipoti, ed è ancora diffuso anche ai tempi nostri tra questi discendenti.
Si ritirò dall’attività nel 1950. Il suo carattere austero e schivo, la sua cercata indipendenza, l’avevano portata, col passar del tempo, ad avere diversi dissapori con i parenti. Scelse perciò di vivere sola, nella sua casa di via Girone. Una delle figlie, Concettina, già madre di cinque rampolli, morì di parto. Toccò a lei, sostanzialmente, allevare i nipoti. Si rammaricava spesso della morte prematura della figlia Concettina. Dopo aver fatto nascere con successo centinaia di bambini, non era riuscita a salvare la figlia…! Non so come visse gli ultimi anni. Io a gennaio del 1951 andai a lavorare al nord. Seppi un giorno che si era serenamente spenta. Ora a Pretoro pochi la ricordano ancora…”
Alessandra
7 ottobre 2011 a 15:32
non esagerare!!non ho mai detto “cruda”! semplicemente non mi piaceva!!!!! “de gustibus”
felicemarcantonio
7 ottobre 2011 a 13:31
Ringrazio Alessandra per la pubblicazione del racconto e per la sua puntuale nota introduttiva…La pubblicazione del racconto è stata alquanto tormentata perchè la brava cronista trovava troppo cruda la frase: stu cét’l’ n’n cach’”,in lingua: questo ragazzo non va di corpo. Non l’ho cambiata perchè così efficacemente si diceva, e ancora si dice nei nostri paesi, per indicare al medico problemi di stitichezza dei bambini…Il racconto è autobiografico e non mi pare che l’espressione controversa fosse da considerarsi oscena al punto da offendere il comune senso del pudore…Rispetto comunque la sensibilità di Alesandra mossa sicuramente da legittimo scrupolo che le fa onore.