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Gli anni ’80, per molti, appartengono a un altro mondo. Pier Vittorio Tondelli chiamerà una raccolta di scritti su questo tempo “Un weekend postmoderno”: come a volerne tracciare un confine, una crepa eversiva nella letteratura di fine secolo.
In questi anni in Italia parliamo di Craxi, della “Milano da bere” e di boom economico. La fiducia in un modello che sfami le bocche (e le tasche) di tutti c’è ancora, ma è la stesso sentimento di tacita paura che (a fine ottobre) si riversa nell’ultima foglia verde di un albero ormai spoglio.
In quest’epoca di mezzo, un medio-evo del costume e della cultura, prolifera la carica creativa di tanti nuovi giovani scrittori. C’è voglia di cambiamento, di investire, di ricostruire uno sguardo nuovo dopo le fibrillazioni sessantottine e il sangue rosso fuoco targato anni settanta.
Tra questi autori emergenti ci sarà Mario Fortunato (classe 1958). Oggi è tra i più autorevoli intellettuali della scena italiana: ha diretto tra il 2000 e il 2004 l’Istituto Italiano di Cultura a Londra, recensisce a settimane alterne libri per il settimanale “l’Espresso” (di cui cura anche il blog “Culture Club”, omaggio all’amico Tondelli) e continua a scrivere libri (il vizio della scrittura è duro a morire).
Negli anni ottanta ha debuttato nella narrativa con un’opera che non ha nulla di quei tratti acerbi tipici di uno scrittore emergente, in lui c’è la lucida precisione di un chirurgo con già qualche decennio di esperienza.
Il libro in questione è “Luoghi naturali”(1988): una raccolta di nove racconti sulla naturale incompiutezza e imperfezione della vita.
Di un libro come questo si possono dire tante cose, si può scrivere tutto e, forse, il suo contrario: le parole (maniacalmente selezionate e scelte) ci regalano atmosfere sospese e piccole epifanie quotidiane. C’è da interpretare il silenzio, il non-detto.
I protagonisti delle vicende sono uomini e donne che convivono quotidianamente con un dolore, con la sensazione che vi sia qualcosa di sbagliato nella propria vita: una presenza “tumorale” che silenziosamente corrode, mangia, ruba carne.
La follia che nasce da una delusione amorosa, la scoperta di una malattia incurabile, la consapevolezza di essere traditi, la vita in carcere: tra le pagine l’imperfezione ha tante facce e colori. La sensazione che viene fuori è quella che, ormai, a questa realtà malata e triste (in fondo) ci si abitua.
In una nota al libro, Alberto Moravia parla della presenza costante in queste storie dell’irreparabile, di una “caduta” dalla quale non ci sarà più ritorno.
È lo stesso tuffo al cuore che si prova il giorno di una perdita improvvisa. L’istante nel quale un medico (aprendo il risultato di un’analisi) aggrotta le sopracciglia e, al paziente, dice: “Mi dispiace..”.
Mario Fortunato costruisce tanti piccoli fotogrammi di un film che ci appartiene a tutti. Lo stile certosino (e incredibilmente pacato) della sua scrittura ci offre la consapevolezza che, spesso, al dolore non c’è scampo, se non dopo averlo affrontato e avendone fatto una parte di sé stessi.
Lo ammetto, fa male parlare di imperfezione, di malattia e d’accettazione: siamo sempre pronti a chiedere il massimo da noi stessi, a volerci superare, a dire che possiamo e dobbiamo essere meglio. Non esistono sbavature né errori, non esiste la parola “umano”. Non esiste il verbo “capita” quando una sconfitta ci colpisce e non sappiamo come andare avanti.
“Luoghi naturali” è una scheggia post-moderna. Un libro poetico sull’impossibilità umana di estirpare il male.
Siamo uomini, siamo malati, siamo imperfetti, siamo fedifraghi e anche tossici: siamo esseri viventi immersi in quel “luogo naturale” che alcuni chiamano dolore, altri ancora melanconia.
Possiamo crescere, possiamo innamorarci, voler bene e dare fiducia: eppure ci sarà sempre qualcosa che ci renderà infelici, il pezzo mancante al nostro puzzle immaginario.
Basta accettarlo. Basta ammettere che si può sbagliare, che non tutte le “ciambelle escono con il buco”, che i nostri errori fanno parte di noi stessi, che siamo belli proprio perché dannatamente imperfetti e incompleti.
Con Fortunato capiamo esattamente questo: che anche la sofferenza è un anonimo suppellettile del nostro salotto di casa. Che il dolore è così banalmente comune che non serve logorarsi l’anima al suo solo pensiero.
E, suvvia..un sorriso! È vero che esistono tanti piccoli drammi nella vita di ciascuno di noi ma, tutti insieme, compongono la magia di un grande mistero.
Il sorriso timido e impacciato di un adulto di fronte alla vita. Quando nei “luoghi naturali” dell’anima nascono tanti piccoli fiori. E da quel buio, da quel senso di morte, nasce la forza per dire ancora sì.
Il gesto istintivo di alzare la mano quando un destino insuperabile ci chiama e noi, sereni e leggeri, diciamo: “Presente!”.
Un “Presente!” chiaro e deciso. Sì, di nuovo, con più forza..
Mancini Enzo