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Da piccolo era uno di quei giochi che ripetevo spesso. D’estate, al buio, mi allungavo e osservavo le stelle: una, due, tre,.. Le contavo. Anzi, iniziavo a contarle. Poi di colpo mi fermavo. E prendevo un grosso respiro, nei polmoni, come se dovessi andare in apnea. Alla fine pensavo alle stelle tutte assieme, a quante potessero essere. Ed era la fine..
La mia mente non ce la faceva: decine, migliaia, milioni e poi miliardi di stelle. Il solo pensiero mi spaventava e eccitava allo stesso tempo: era una strana sensazione, difficile da descrivere.. Per me era la “vertigine” dell’infinito. Io la chiamavo così.
In questi giorni ho ripensato a questo, alla sensazione (primordiale) che noi umani proviamo di fronte all’indefinito, a ciò che non possiamo racchiudere in un numero o uno spazio limitato.
Il ricordo mi ha raggiunto rileggendo un libricino tanto piccolo quanto profondo: “Novecento” di Alessandro Baricco.
Sono all’incirca 60 pagine di monologo, un niente rispetto ai bestseller estivi che pesano più o meno qualche kilo e richiedono un certo allenamento di bicipiti per trasportarli in spiaggia.
Baricco scrive un’opera scarna, concepita per il teatro. Una storia che non ha grandi colpi di scena ma è capace di rapire. Di emozionare per il suo essere musica che spesso non ha note né suoni, ma si respira semplicemente nell’aria: un ritmo che può essere seguito anche da un sordo.
Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento (questo è il suo nome intero) ha poco più di 10 giorni quando viene trovato da un marinaio. Era in uno scatolone con la scritta “T.D. Limoni.”, nella sala da ballo della prima classe di una nave: il Virginian, il piroscafo che faceva da spola tra l’Europa e l’America. Siamo agli inizi del XX secolo.
Novecento era stato abbandonato, ed il suo nome non esisteva in nessun ufficio o archivio di città o parrocchie. Lui era il figlio adottivo di Danny Boodmann e, da bordo, non scendeva mai.
Troppa la paura di controlli a documenti e visti. La sua casa era l’Oceano. E il Virginian era la sua famiglia.
A 8 anni, per la seconda volta, Novecento diviene orfano: Danny, nel pieno di una burrasca, si prende una carrucola impazzita in mezzo alla schiena, e muore dopo 3 giorni.
La vita di Novecento, però, prosegue: da ragazzino si fa uomo, e poi diventa star. Sul Virginian faceva il pianista, ma non uno qualunque: per tutti era il più grande pianista di tutti i tempi.
La sua era una musica che non esisteva da nessuna parte. Lui la suonava e poi, quando si alzava dal piano, “non c’era più..e non c’era più per sempre..”.
Da quel mondo galleggiante Novecento non voleva più scendere. Provate a chiedergli del profumo di una strada, del rumore assordante di un incrocio o del tramonto in uno chalet di montagna: lui, queste sensazioni e emozioni, le conosceva bene. Non è era mai sceso da quella nave eppure erano anni che il mondo passava in quelle cabine.
Lui era tra i pochi ancora in grado di “leggere i segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia..”.
Non so perché..ma un giorno Novecento pensa di voler scendere. All’improvviso. Come fanno i quadri: “stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù cadono”.
Non voglio raccontarvi tutto. Vi dico solo che al terzo gradino, proprio quando sta per scendere da quel maledetto piroscafo, Novecento si ferma. E pensa.
Prova la sensazione che vi ho cercato di descrivere prima. La “vertigine” dell’infinito: quel brivido che corre la schiena quando l’infinito entra nelle nostre vite.
Novecento è un pianista: è abituato a suonare una musica scegliendo tra gli 88 tasti (finiti) di una tastiera. La vita, invece, è diversa. È una musica che puoi comporre su infiniti tasti, senza mai saperne l’esito, senza spartiti né maestri. La vita per Novecento è “un viaggio troppo lungo”,“una donna troppo bella”, “un profumo troppo forte”, una musica che non sa suonare.
La vita della terra ferma non è a piccole dosi: su una nave c’è sempre un numero limitato di passeggeri, di posti da visitare, di letti in cui dormire.. Sulla terra è diverso, non può pensarla tutta quell’enormità.
Alcuni credono di essere seduti sul “seggiolino” sbagliato, che la vita sia una musica che può suonare solo Dio: è la paura della libertà. Di scegliere e sbagliare.
Nel 1998 Giuseppe Tornatore realizza “La leggenda del pianista sull’oceano”, liberamente ispirato all’opera di Baricco: un film che consiglio di gustare (..dopo il libro).
Perché la storia di Novecento è la storia di un essere umano. Di un uomo cullato nelle sue certezze. Nelle abitudini e nelle tradizioni.
Un giorno, forse, ci sarà una tempesta. E da quella non ci saranno vie di fuga, si dovrà scegliere.. In mare o in terra..
La vita è troppo rispetto a tutti noi. Troppo rispetto ai “mortali”. È così per ogni essere vivente.. Basta saperlo. E pensare che nel bene o nel male abbiamo una possibilità. Quella di sederci di fronte a un “piano” su una seggiola (forse troppa alta, forse troppo per noi..) e suonare.
Siamo in pubblico. Lo so. Tutti ci guardano e già stiamo arrossendo..
Non preoccupatevi, chiudete gli occhi..la sentite?
Sì, parlo di quella musica..viene dall’Oceano.
È Novecento..ci sta parlando. È il suo ritmo, è la sua storia.
È il suo amore per la vita. Di quegli amori che non hanno lettere per dichiararsi e coraggio per mostrarsi. Di quegli amori che trovi descritti in una bottiglia nel mare.
Di quelle preghiere che abbandoni a Dio. E un grazie è l’unica parola. Senza perché e senza risposte..