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Pretoro. “Za Carmel”, l’anima buona ricordata da Felice Marcantonio

Ebbene si, anche se nel bel mezzo dell’estate questo tempo fa i capricci, a noi piace comunque vivere godendo delle bellezze della nostra regione; ci basta soltanto ricordare episodi legati al suo passato per emozionarci ed in questo chi può aiutarci se non il mago della scrittura del paese di Pretoro, Felice Marcantonio?

Lacrime leggere di commozione e sorrisi ci accompagnano nella lettura dei suoi geniali racconti che fanno parte di un piccolo museo letterario in cui sono “osservabili” personaggi e situazioni che hanno attraversato la sua vita di paese e della quale, sappiamo già, lui non smetterà mai di volerci parlare, e della quale noi non smetteremo mai di voler sapere dato che ormai ne siamo incantati.

È bello conoscere attimi e “signori” e “signore” della genuina vita di paese che ancora oggi stupisce per le sua semplicità contrapposta alla vita di città che invece non appare sempre piacevole ed a volte anche troppo pesante. Ancora una volta facciamoci raccontare da Felice, com’era simpatico vivere nella sua amata Pretoro in passato quando non si potevano ancora condividere queste piacevoli storie semplicemente attraverso un computer..

Scrive Felice:

«Za Carmél’Cuntélij’, come tutti a Pretoro la chiamavano, ridesta in me, ricordandola, un sentimento di profonda simpatia. Il suo cognome era “ Pietrantonio”, ma pochi lo sapevano, né aveva particolare importanza saperlo. Nel paese indicare le persone con un soprannome era la regola, dato che in quasi tutte le famiglie, allora piuttosto numerose, c’erano diversi casi di omonimia di “rinnovare” al battesimo i nomi dei parenti anziani, i nonni in particolare.

Abitava sola vicino casa mia e tutte le volte che tornavo dal collegio mi diceva col suo vocione : gna stì ?…Sì rm’néut’(come stai ?…Sei tornato).

Compare e comare erano e sono appellativi riservati ai padrini e alle madrine nei battesimi e nelle cresime. Non essendo, za Carmèl’, madrina di nessuno della mia famiglia, l’epiteto, lo seppi dopo, derivava dallo scambio di un mazzetto di fiori di campo tra za Carmél’ e mia nonna, Anna. Il mazzolino di fiori era chiamato a Pretoro e in altri luoghi d’Abruzzo: “ u ramaijétt’”!

Chi voleva stabilire con un’altra persona un rapporto di amicizia o voleva rinsaldarla, inviava alla persona scelta e solo il 24 giugno, san Giovanni, il mazzetto di fiori a mezzo di qualche ragazzo “postino”. La risposta, se e quando c’era, doveva pervenire entro la settimana successiva.

Se la risposta c’era, si diventava “ compari e comare”, praticamente a vita, e tali diventavano tra loro anche gli altri componenti delle due famiglie. Non solo, ma il titolo veniva anche ereditato per alcune generazioni.

Ecco la ragione per cui za Carmél’ mi chiamava compare. Era comare di mia nonna e quindi anch’ io ero suo compare e lei mia comare…!

La ricordo vestita quasi sempre allo stesso modo. Sul davanti della gonna, molto pieghettata, portava sempre un grembiulone ( a mantér’) legato alla vita. Una tasca sul grembiule, a sinistra, di panno diverso, le serviva per il fazzoletto e per la corona del rosario. Si copriva la testa quasi sempre con una specie di foulard di lana “ u fazzùl’ pa còccij’” nel classico modo usato a Pretoro da tutte le donne d’età…Si univano due angoli opposti per formare un triangolo isoscele. Sulla fronte poggiava la base del triangolo, un lembo copriva la nuca, gli altri due scendevano lungo le gote e venivano o legati sotto il mento, in caso di freddo o maltempo, oppure ripiegati sul capo.

Za Carmél’ si guadagnava da vivere raccogliendo erbe aromatiche e medicinali tra cui valeriana, capelvenere, i fiori gialli del verbasco, le radici della genziana gialla, la profumata santoreggia ecc. Tutte piantine che la Maiella ancora dispensa generosamente. Nessuno ha mai saputo chi le avesse insegnato a distinguerle tra le tante altre presenti sul territorio.

Parte le vendeva ai farmacisti del circondario e parte le portava a piedi a Casacanditella per darle a za Cristinèll’, “la magara” che le usava per le sue pozioni…magiche!

In estate raccoglieva anche fragoline di bosco e lamponi ( o frall’nghèll’) che, sempre a piedi andava a vendere a Chieti che dista da Pretoro ben 27 km…

Era donna devotissima, soprattutto della Madonna della Mazza. Da circa 7 secoli la statua, per 10 mesi all’anno, sosta nel omonimo santuario sito a 1000 m s.l.m., ai margini della faggeta. Durante i mesi di maggio e giugno, è esposta alla venerazione dei fedeli in paese, nella chiesa di san Andrea. L’ultima domenica di aprile si raggiunge a piedi il santuario ( 6 km ) da dove inizia il pellegrinaggio con la statua verso il paese.. Sempre a piedi, la prima domenica di luglio, la statua è ricondotta nel santuario. In entrambi i casi risuonano canti e preghiere i cui echi dissolvono nelle pittoresche valli che si stendono lungo il percorso. Il canto più popolare, al tempo di questa storia, era: bella Tu seiqual solebianca com’è la neve…che si intonava a squarciagola, nonostante i disagi, in particolare a luglio, per la calura e per il dolore dei piedi, piagati da calzature incotechite dal tempo e dall’uso.

La strada era una mulattiera, in più punti dissestata. E notevole era la pendenza. La pia donna, col suo saper fare, prima dei pellegrinaggi, radunava quanti più ragazzi poteva per far loro scansare i sassi lungo il sentiero, almeno per un paio di chilometri. Soprattutto nella zona detta “ i rutticéll’”, piccole grotte, da cui i sassi franavano. Così si rendeva più agevole il passaggio dei pellegrini. E così fu per tanti anni…|

Quando, per l’età avanzata, non potè più partecipare al pellegrinaggio, passava molto tempo, spesso anche da sola, al cospetto della “sua” Madonna nella chiesa di San Andrea, dove la statua sostava nei mesi di maggio e di giugno. Seguitava a tormentare i grani d’una coroncina del rosario e, con le labbra in continuo movimento, biascicava un’ interminabile preghiera.

Aveva oltre 90 anni quando per l’ultima volta volle salutare la Madonna prima che se ne tornasse in montagna. A fatica salì alcuni gradini della chiesa: sì fermò aggrappata al corrimano in attesa che uscisse la statua. All’apparire di questa le si illuminò il viso; con gli occhi lucidi e guardandola intensamente esclamò col suo solito vocione: e mmò…T’ n’arvì ?( e adesso…te ne rivai ?)».

Scritto da il 1 agosto 2011. Tematica: Abruzzesistica.

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