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Tamara de Lempicka al Vittoriano: dal Dèco parigino all’America

Si conclude la visita alla mostra di Tamara de Lempicka, a Roma al Vittoriano dall’11 marzo al 10 luglio 2011, con 80 dipinti e 40 disegni, più 13 opere di artisti polacchi del suo tempo, con la carrellata sul periodo americano e sulla grafica, nonché sul rapporto con il grande abruzzese D’Annunzio e le 50 fotografie d’epoca esposte. Nei dipinti “americani”, alla precedente “scoperta” dei grattacieli subentra , con il suo trasferimento, una visione intima: serena e in certi casi sofferta..

Le opere fino al 1936, commentate in precedenza, hanno una certa coerenza stilistica e di soggetti, pur nell’evoluzione della forma e dei colori che abbiamo sottolineato. Con il 1937 entriamo di più nell’orbita americana profilatasi dopo il breve soggiorno per la mostra del 1929 tradotto nella “scoperta” dei grattacieli. Abbiamo due ritratti, entrambi destinati alla mostra della Reinhardt Gallery di New York del 1939: “Graziella” con il volto nella posa di “Il telefono II”, un libro al posto del telefono, ma qui è una ragazza dagli occhi sgranati e sognanti, una corona di foglie sui capelli; “Contadina con brocca”, dal viso inclinato come la “Vergine blu”, gli occhi socchiusi e il fazzoletto al collo, la brocca nelle due mani curate e le labbra truccate, lo sgargiante abito blu, elementi contrapposti alla più modesta figura Del suo “La paysanne” dello stesso anno.

Del 1938 sono esposti tre piccoli dipinti floreali, una “calle” e delle rose. “Calle, studio”, le riproduce svettanti su fondo nero nella loro carnosità e nella concavità che ha un esplicito richiamo alla sessualità della donna, compete sul tema con la pittrice O’Keffee e la fotografa Dora Maar.

Poi “Una rosa”, su una velina bianca sopra una scatola di un regalo, con lo sfondo nero che dà un senso poetico al delicato fiore solitario, dai petali rosa come di porcellana, richiama il suo quadro del 1927 “Una rosa su una lettera”; e “Rose”, tre, una color rosa e due rosse con molto verde, sembrano pietrificate come quelle fotografate da Tina Modotti, che amava anche le calle.

L’impegno nelle iniziative benefiche e l’immagine “glamour” da diva

Il trasferimento in America, dopo il soggiorno di due mesi del 1929, avvenne nel 1939, con il secondo marito sposato nel 1934, il barone Raoul Kuffner; i figli restarono inizialmente in Europa, Tamara lasciò Kizette in Francia, il barone lasciò Louisanne e Peter in Scozia, l’anno dopo le due ragazze raggiunsero i genitori.

Già dal 1934 la pittrice aveva disertato i saloni parigini, esponendo soltanto alla manifestazione annuale del FAM, il gruppo Femmine Artiste Moderne nato nel 1930 al quale aveva aderito nel 1932. E’ un’altra prova della sua modernità non confinata al lato artistico e mondano: “La nuova Minerva – scrive la curatrice Gioia Mori – non è solo sportiva, elegante, viaggiatrice: è anche coinvolta nelle battaglie contemporanee”. E precisa: “In Francia sono quelle femminili, che cercano di affermare il riconoscimento della parità con l’altro sesso. Quando andrà in America saranno quelle legate agli eventi bellici”.

Fu come una fuga, fece finta di andare solo per una mostra, l’acuta sensibilità di esule le fece evitare l’invasione nazista delle sue due patrie, la Francia che l’adottò, e la Polonia dove nacque; volle figurare come esule polacca, senza citare la provenienza dalla Russia che avrebbe insospettito,con il titolo di baronessa assunto dal marito. Si impegnò in iniziative di beneficenza, organizzando nel 1941 il Paderewski Testimonial Day appoggiata da Eleanor Roosevelt, con Marion Preminger, moglie del regista austriaco Otto; nello stesso anno destinò i proventi della vendita di un suo dipinto al British War Relief e l’anno dopo entrò negli Women’s Emergency Corps come “staff sergeant” in testa al servizio educativo. Venti anni dopo, nel 1961, sosterrà l’iniziativa di beneficenza per il medico missionario Albert Schweitzer con cui si era risposata Marion dopo il divorzio dal regista; a lui destinò i proventi della sua mostra alla Jolas Gallery.

Troviamo il suo nome nel 1944 affiancato ai maggiori personaggi, come Einstein e Thomas Mann, Ernst e Chagall, anche per effetto della sua straordinaria capacità di diffondere la propria immagine con metodi e accorgimenti moderni, adottati solo dai divi del cinema, con i quali, del resto, entrò subito in contatto stabilendosi a Hollywood. Soggiornò a Beverly Hills e alle sue feste andavano i maggiori divi del cinema, anche Tyrone Power con la moglie Annabella oltre a Greta Garbo. Già l’anno dopo l’arrivo, nel 1940, sulla stampa americana 50 articoli lanciano la sua ricerca di una modella, poi una nuova campagna di stampa diffonde notizie di mostre non ancora avvenute a New York, San Francisco e Los Angeles anche per sostenerne la richiesta di cittadinanza. Non mancano l’abbinamento fotografico con Greta Garbo e i consigli di bellezza su abiti e trucco alle donne.

Così ne parla la Mori: “E dunque, l’immagine che filtra da queste sue iniziative è quella di un’europea nobile, la donna più elegante di Parigi, l’artista che aveva ritratto principi e re in esilio, ora sostituiti dai divi di Hollywood o dalla scena di New York”.

Il contrasto tra vita modernista e pittura giudicata inattuale

Quali sono i riflessi sul piano artistico? “Ma l’immagine della nobildonna chic sovrasta quella dell’artista, e i risultati non sono quelli sperati”. Si riferisce al ciclo di mostre del 1951, organizzate da Julien Levy finanziato anche dal marito dell’artista, in quattro gallerie a New York e in California, a San Francisco e a Hollywood, quest’ultima sul Sunset Boulevard; che segnò proprio il suo precoce tramonto. Dopo una piccola mostra personale nel 1942. a Milwaukee, tredici anni senza esposizioni, per lei che dal 1922 al 1942 aveva partecipato a una mostra almeno ogni anno, ad eccezione del 1940 per il trasferimento in America.

Il motivo? Alle mostre del 1941 aveva esposto opere ben diverse da quelle che le avevano dato fama anche in America, dopo l’esposizione del 1929: temi religiosi, nature morte e, più in generale, un’impostazione “poveristica” nei soggetti e uno stile figurativo superato dalle nuove tendenze surrealiste; tutto contrastava con la sua sfolgorante immagine modernista, tanto che i critici la chiamarono “baronessa col pennello”, tacciandola di insincerità per tale contrasto.. “La strategia di comunicazione – nota la Mori - è moderna e aggressiva, ripresa dal mondo cinematografico, ma la sua pittura è giudicata inattuale, e la Lempicka pare destinata a scomparire dalla scena artistica”.

Associare la sua mostra del 1941 nel Sunset Boulevard al triste film hollywoodiano di questo titolo è eccessivo, sia per la sua età ancora giovane – 43 anni – sia perché comunque, ci furono le mostre a Parigi del 1955 e del 1961, fino alla sua “riscoperta” nel 1972; tra queste una mostra a Roma in una galleria vicina a Via Veneto nel 1957 alla quale parteciparono i più bei nomi della cultura, con un seguito a New York dove la galleria aveva una sede con la partecipazione dei nomi in voga del jet set.

Per la lunga interruzione c’era anche un motivo di forza maggiore, dopo il 1942 la guerra aveva sconvolto l’Europa e investito l’America; ma neppure con la ripresa al successo mondano si unì il riconoscimento della critica, e la Mori lo spiega così: “Estranea al dibattito artistico statunitense, negli anni Quaranta Tamara aveva trovato di nuovo rifugio tra i libri di storia dell’arte, questa volta indirizzando i propri interessi verso l’arte fiamminga, o aveva tentato qualche incursione in una poetica, quella surrealista, che le era estranea. La modernità della Lempicka era infatti finita con la sua fuga da Parigi legata a quel mondo pieno di novità esplosive degli ‘années folles’”. Dinanzi a questa parole torna prepotente, mutatis mutandis, l’immagine del “Sunset Boulevard” artistico.

Il Sunset Boulevard artistico

Sembra che la curatrice Mori abbia voluto marcare lo iato tra le opere “europee” e quelle “americane” segnate da questi diversi riferimenti alla ricerca di qualcosa di nuovo, collocando le ultime nel piano superiore della mostra e separandole anche fisicamente dalle altre.

Indicativo “La fuga”, del 1940, che richiama nel soggetto e nell’atteggiamento dolente “I rifugiati” del 1931, esposto anch’esso, la cui riproduzione fu pubblicata a fianco della sua immagine elegante, con l’ironica sottolineatura del contrasto, quindi dell’insincerità.

Ma, a parte questo soggetto, i due visi femminili del 1939 e 1940 esposti sono molto diversi da quelli dei dipinti degli anni precedenti, da noi già commentati. I volti sono visti frontalmente, lo sfondo è una tinta neutra senza motivi, a differenza del passato, che rende l’atmosfera fredda e irreale, riscaldata appena dal gioco cromatico. Il primo è ”Ritratto di ragazza dai capelli rossi, 1939-44, con un “foulard” rosa sui capelli alla moda annodato in un elegante fiocco al lato del collo che contrasta con il colore dei capelli. Il secondo è il ”Ritratto di Louisanne Kuffner”, la figlia del barone Kuffner, sposato nel 1934, come lui al secondo matrimonio. Al trasferimento in America lasciarono temporaneamente le figlie in Europa, Kizette in Francia e Louisanne in Scozia.

Siamo al 1941, ci sono le mostre preparate da un grande lancio mediatico, il dipinto di punta è “All’Opera”, pubblicizzato anche da una foto dell’artista dinanzi al quadro al cavalletto; ne viene apprezzata la perfezione tecnica, ma quel viso da bambola che sembra guardare l’obiettivo e l’acconciatura barocca sono giudicati artificiosi. Giudizi altrettanto freddi per quattro opere di tendenza fiamminga che raffigurano interni modesti con sedie impagliate di una casa di campagna nel Connecticut da lei utilizzata come studio: “Studio in campagna” e “Composizione nello studio”, “Natura morta con uova” e “Il macinino da caffè”. Né le qualità riconosciute alla forma e al colore miglioravano il giudizio, anzi per la Mori “pongono però la Lempicka degli anni Quaranta in quel limbo artistico di maestri lontani dai linguaggi contemporanei”.

La nostra “Minerva armata” non si arrende senza lottare. Della prima metà degli anni ’40, due temi. Da un lato “Natura morta con gigli e drappeggio grigio” e “Natura morta con gigli e foto”, molto raffinati, il primo sul grigio, il secondo riscaldato dal rosso; dall’altro una batteria di ritratti, “Il cappello con la rosa” e “Ritratto di giovane donna”, “Ragazza con viola del pensiero” e “Il turbante arancione II” con il quadro di stesso soggetto e fattura “Figura con turbante”. . Tutte variazioni sul tema lontane dall’efficacia degli anni parigini: in qualche caso si cerca di nuovo l’immagine alla moda, in altri al contrario l’aspetto dimesso: due dei volti esposti si rifanno a “La ragazza con l’orecchino di perle” e “Studio di giovane donna”, entrambi di Vermeer.

Girata la boa del 1945 troviamo un altro richiamo a un modello fiammingo con “La messicana”, che rielabora largamente “Ritratto di una giovane” di van der Weyden, senza nasconderne l’origine; la fine degli anni ’40 vede il “Ritratto di Gino Pugliesi”, un collezionista al quale nel 1936 scriveva confidandogli la propria depressione, il cui volto appare teso e corrucciato. Nello stesso 1949 “Mani e fiori”, che le fece dibattere il tema da lei prediletto delle mani nella pittura, e due nature morte: “Frutta in una coppa I” e “Natura morta di frutta e drappeggio di seta”, di indubbia perfezione tecnica

Tamara continua a lottare pur nell’isolamento dalla comunità artistica rivolta ad altri linguaggi. Degli anni ’50 la mostra espone due soggetti floreali, “Rose in un vaso” e “Vaso di fiori”, quadri dipinti all’antica dando consistenza plastica alla rappresentazione figurativa che appare fredda; e due ritratti a figura intera: “Donna con cappello” e “Ritratto del barone Kuffner in poltrona”, il primo giocato sull’abbigliamento e sul copricapo da lei stessa disegnato per la moda, il secondo sull’eleganza nobiliare del marito seduto con un volto segnato dalle rughe; infine due volti, il primo sempre del marito, “Ritratto del barone Kuffner anziano”, un primo piano che ci riporta alla loro storia, 28 anni di matrimonio, si erano conosciuti perchè l’amante di lui aveva chiesto un ritratto alla pittrice vicina al divorzio, che fu presa dall’attrazione fatale per il nobile facoltoso; il secondo del 1955-56, “Ritratto di Kizette adulta I” ci consente di chiudere il cerchio della sua vita anche artistica, ripensando ai bei ritratti alla figlia piccola e adolescente da noi commentati in precedenza. Perciò non parliamo dei contrasti con la figlia, trascurata nella vita mentre era oggetto di attenzioni nell’arte: ne ammiriamo l’immagine da splendida quarantenne assorta, i capelli d’oro come una dea.

La grafica e il rapporto con D’Annunzio

La galleria di Tamara de Lempicka non è terminata, ci sono le opere grafiche e la sezione speciale con la corrispondenza scambiata con D’Annunzio, a documentazione di una storia intrigane.

Tra i 40 disegni esposti, quasi tutti a matita, spiccano due acquetinte del 1933 “Donna con mandolino” che richiama, nella positura e nell’atteggiamento, “Ritratto di madame M.”. del 1932; e “La polacca”, rispetto al successivo “Contadina con brocca”, 1937, ha il libro in mano e gli occhi rivolti al cielo; e poi due acquerelli su carta “Signora elegante con cappello fiorito”, 1938-40, quasi un autoritratto “glamour” con sigaretta e coppa di champagne, come in una famosa fotografia e “Due amiche”, 1924, di tipo saffico come, per altri versi, il disegno “Donna e cervo”, 1923. Scultorei “Nudo in piedi” e “Nudo appoggiato”, 1925, preparatori di “Due nudi in prospettiva” già commentato, nonché “Nudo seduto, di fronte”, 1926; e un nudo sdraiato, “Studio per ’La bella Rafaela”, 1927. E poi studi per visi e opere come “Susanna al bagno” e “Ritratto d’Ira P.”.

Chiudiamo con i due teneri “Madre e bambino”, 1939, e “Il risveglio del Piccolo Principe”, 1943 perchè sono due momenti espressivi, il primo della maternità, il secondo della solitudine dell’esule, sentimenti da lei vissuti intimamente. Sul secondo la Mori scrive: “”Tamara vaga per molti mondi: la Lempicka aveva sempre un sentimento di nostalgia, di estraneità e di malinconia per la sua condizione di ‘senza patria’. In questo senso il disegno è un’opera di profondo lirismo, molto poetica e intima”. Conobbe di certo Saint-Exupéry, esule a New York come lei.

Si conclude così la nostra visita alle opere esposte, ma non alla mostra. Ci sono i messaggi, per lo più telegrammi, scambiati con Gabriele d’Annunzio, dal quale era andata per fargli un ritratto, come fece Romaine Brooks, che però lo realizzò veramente, lo si vede al Vittoriale. Tamara passò a Gardone nel settembre del ’26, tornò il 10 gennaio ’27 e sembra si fermasse diversi giorni al Vittoriale. I Poeta forse pregusta l’ennesima conquista di una donna celebre e affascinante: le dedica la sua famosa fotografia allo scrittoio con la data 6 settembre 1926 e le parole “a Tamara le Flibustier de l’Adriatique”. Lei gli scrive brevi messaggi su carta intestata del Grand Hotel e del Charlton, lo chiama di volta in volta “Mon cher Frèr”, “Chere Maitre et Amì”, “Cher, bon et doux ami’”; lui le chiede di accettare “la fraterna e paterna ospitalità nel bell’appartamento che lei conosce”, e le preannuncia che la manderà a prendere con la sua auto nell’albergo prenotato per lei.

Qualcosa non va per il verso giusto, forse la “Minerva armata” si ribella, lei che è abituata a sedurre piuttosto che essere sedotta. E tutto finisce in modo bizzarro con una lettera firmata “Louise”: Luisa Baccara, la grande pianista che viveva al Vittoriale con il Poeta, le chiede di “rinunciare alla visita” con un perentorio “vi consiglio di partire”; il paradosso è che la lettera ultimativa, in perfetto francese come i messaggi che si scambiarono, è vergata nell’inconfondibile grafia di D’Annunzio.

E questa notazione bizzarra ci consente di chiudere con il sorriso scacciando la malinconia che suscita in noi la parabola di una donna grande artista che riteniamo straordinaria in tutti i sensi.

Un appuntamento con la sue effige nelle fotografie d’epoca

Non trascuriamo l’angolo con le 13 opere di artisti polacchi, un utile compendio di pitture e sculture; ma ci attirano soprattutto le fotografie esposte, 50 scatti che ritraggono lei con alcuni protagonisti di un’epoca travolgente. Le definiamo “una mostra nella mostra”, questa volta nell’arte fotografica che ci fa pervenire intatta la sua immagine vitale. Rinviamo alla rivista consorella fotografia.guidaconsumatore.com, dove le riporteremo per ripercorrere momenti della sua vita. E’ un modo per non staccarsi dalla sua figura seducente, finora vista di riflesso attraverso le opere; anzi per ritrovarla in modo più diretto con la sua effige, in un magico emozionante appuntamento.

Ph: Le immagini – in genere nell’ordine cronologico in cui i dipinti vengono citati nel testo – sono state fornite cortesemente dall’Ufficio Stampa di “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, che ha realizzato la mostra. Ringraziamo tale associazione e i titolari dei diritti.

Scritto da il 30 giugno 2011. Tematica: Mostre,pittori.

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