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Ci siamo chiesti se è appropriato che una rivista culturale abruzzese intervenga sul tema dei Referendum senza sconfinare dal proprio campo. Di certo non si tratta di arte, ma non si può dire che il tema sia estraneo alla cultura. La nostra impostazione è stata sempre inclusiva, come dimostra la vasta serie di servizi in materia economica e sociale e in tema di salute; d’altra parte la cultura non può chiudere gli occhi dinanzi a tutto ciò che investe assetti e valori fondamentali, quindi penetra in quella sfera civile e umana da cui trae alimento e ispirazione qualunque fatto culturale.
Abbiamo trovato conferma della correttezza di questa impostazione in un importante convegno sui “servizi pubblici locali” aperto dall’autorevole affermazione che verso l’opinione pubblica “occorre un’operazione culturale più che politica”: con questa iniziammo il resoconto di allora – era il 2009 – e con la stessa apriamo la riflessione sull’evento in atto, il voto sui quattro Referendum, due dei quali su un servizio pubblico locale sentito come vitale nell’immaginario collettivo, l’acqua. Ma non è il solo interessato dal voto, ci sono gli altri servizi tra i quali quello dei rifiuti solidi urbani.
Non vorremmo entrare nello specifico dei quesiti referendari, se non per brevi riferimenti, né tanto meno nei relativi risvolti politici. La vera cultura non è partigiana e non sposa nessun colore, non deve diventare fiancheggiamento di ideologie o di schieramenti politici; questo è un diritto individuale sacrosanto ma da non contrabbandare sotto la specie di cultura. Quindi il nostro “endorsement” – cioè la dichiarazione esplicita – non è ideologico ma culturale, è una presa di posizione nata dalla ribellione a quanto può ledere i diritti dei cittadini; anche se può portare a contraddire la parte politica a cui ci si sente ideologicamente più vicini, ma c’è un limite a tutto, anche a “turarsi il naso”; e avevano ragione gli antichi: “amicus Plato sed magis amica veritas”.
Cercheremo di declinare la nostra “veritas”, che prescinde dalla politica e dall’ideologia, e in qualche misura dal contenuto dei singoli Referendum, ma investe valori più profondi che vengono calpestati con un’insensibilità e un’arroganza, uno sprezzo e una faccia tosta che indignano.
L’astensione dei Ministri e l’assicella del quorum
Leggiamo che quasi tutti i Ministri – le rare eccezioni sono lodevoli in quando salvano l’istituzione – proclamano che non andranno a votare, ma non lo fanno come mera scelta personale, altrimenti non la renderebbero pubblica enfatizzandola, bensì per convincere coloro che sono della stessa parte politica a fare altrettanto; una vera e propria mistificazione perché a questo riguardo si trovano dall’altra parte – anche rispetto ai propri elettori – come “controparte” dei cittadini la cui scheda referendaria serve a sottoporre al giudizio popolare le scelte legislative, cosa che gli elettori di ogni colore dovrebbero avere interesse a fare esprimendo poi con un SI o un NO la propria posizione sul tema specifico. Se alla dichiarazione dei ministri che disertano in blocco le urne si unisse l’appello agli elettori ad andare al voto e votare NO, la loro astensione sarebbe un apprezzabile scrupolo a non interferire con la scheda in un giudizio al quale sono sottoposti; così l’on. Paniz l’ha motivata, una astensione per conflitto di interessi data la sua posizione. Invece gli altri fanno indebiti appelli.
E i continui richiami alla legittimità dell’astensione dal voto come strumento costituzionale per esprimere la propria indifferenza rispetto al Referendum? Sono anch’essi mistificatori, in quanto il dettato costituzionale che pone l’assicella del quorum al 50% più 1 degli aventi diritto nasceva nel clima delle nuove libertà democratiche dopo che il regime aveva cancellato le Camere liberamente elette; il ritorno alla libertà di voto esteso per la prima volta anche alle donne faceva sentire coincidenti gli aventi diritto con i partecipanti, per cui il 50% più uno era visto come espressione della maggioranza democratica sulla condivisione del tema referendario, quale che fosse la posizione favorevole o contraria all’abrogazione della norma. Invece l’euforia elettoralistica si è andata attenuando e, pur restando l’Italia uno dei paesi a maggiore affluenza alle urne, la percentuale è scesa presto poco oltre l’80 per cento per le politiche, le più sentite, al 60-70% per le amministrative, mentre per i Referendum ha avuto una discesa molto maggiore, valicando in basso lo spartiacque suddetto, così da quindici anni nessun Referendum ha superato tale quorum.
Ma se un certo abuso dell’istituto referendario ha fatto scendere nel tempo la partecipazione, non si può non considerare che il livello dell’assicella al 50% più 1 si basava sull’ingenuo presupposto che tutti andassero a votare; venuto meno, tale percentuale non risponde più al principio democratico di maggioranza, perché c’è una fascia che diserta sistematicamente, in modo volontario o meno, tutte le elezioni, tra il 20 e il 30% degli aventi diritto, che non può essere sommata a chi si astiene dal Referendum perché rifiuta la stessa proposizione del quesito o comunque se ne disinteressa; è scorretta, mistificante e condannabile una tale operazione, tanto più se viene da chi riveste cariche istituzionali, e bene ha fatto Giorgio Napolitano, nella veste di Presidente della Repubblica, a proclamare l’impegno civile di partecipare al voto per esprimervi la propria opinione.
Tanto più che tra cotanto senno ministeriale c’è stato un ministro il quale ha detto con protervo candore che non partecipare al voto è l’unico modo per sconfiggere la tesi dei referendari; cioè un modo antidemocratico, quello di sommare all’astensione “militante” l’astensione fisiologica e persistente dell’ordine del 30% annettendola indebitamente alla propria causa; e prevalendo su chi supererebbe il 50% più 1 non solo rispetto ai voti espressi ma anche all’assicella del quorum se fosse posta a livello della partecipazione fisiologica alle elezioni, non di astratti “aventi diritto” per di più su liste elettorali che, almeno per l’estero, risultano gonfiate non essendo aggiornate.
Quanto ora affermato appare ancora più dirimente se si tiene conto che i Referendum non sono stati abbinati alle elezioni amministrative per scoraggiare la partecipazione da parte di chi dovrebbe esserne garante come rappresentante del le istituzioni, e oltretutto si appella sempre alla volontà popolare; che non va confusa con quella dei sondaggi e risulta, o viene fatta risultare, prona e succube; mentre ha una propria legittimità e forza da rispettare e non mortificare soprattutto parlando nel suo nome. La gravità aumenta perché lo si fa con un irresponsabile spreco di denaro pubblico quando si lesinano misere risorse per la cultura sacrificandole e una finalità mistificatoria e, diciamolo pure, antidemocratica, che andrebbe punita con un’alta partecipazione popolare.
Il 7% di profitto garantito per legge e il no all’“election day”
Ma l’ineffabile ministro sopra citato – diventato tale in modo paradossale dopo la clamorosa sconfitta elettorale nella propria regione che aveva governato per cinque anni – ha avuto anche l’improntitudine di vantarsi di essere il padre, almeno putativo, delle norme dei due referendum sull’acqua, proclamandone il valore liberale con l’apertura alla concorrenza dei privati, quindi alle mirabilie dell’efficienza e qualità del servizio unite alle garanzie del controllo pubblico, e avanti mistificando. Ma quale concorrenza può esserci in un settore che gli economisti chiamano “monopolio naturale”, quindi di fatto monopolistico? L’apertura delle gare ai privati sarebbe lodevole, se non si assicurasse una “remunerazione del capitale investito del 7%”; e quale liberismo o liberalismo garantisce per legge il profitto? E di una entità macroscopica che ognuno può valutare pensando quanto meno rendono conti correnti, bot, obbligazioni, affitti e quant’altro.
Nelle ”schede” televisive come nelle presentazioni reticenti se non equivoche, si parla solo di “adeguata remunerazione del capitale investito”, in apparenza fisiologica, ma non si cita il dato illuminante e scandaloso del 7%. Per non parlare di “Porta a Porta” che, con tanta carne al fuoco referendaria, ha “approfondito” i temi “inediti” delle diete alimentari, del sole d’estate, fino a rievocare Vermicino, tutto per non parlare di Referendum; fino all’antivigilia di giovedì quando non ha potuto fare a meno di dedicarvi una trasmissione cumulativa su tutti e tre; creando così un’orgia indistinguibile di elementi eterogenei affastellati che avrebbero potuto avere ben altra evidenza se si fossero dedicate puntate apposite ai quesiti al posto degli inqualificabili diversivi sopra ricordati.
Ebbene, il conduttore è riuscito anche ad infilare un callido messaggio che voleva essere una constatazione mentre risulta un’altra mistificazione. Ha detto, infatti, con l’aria più suadente del mondo quasi fosse cosa ovvia, che l’abbinamento alle elezioni amministrative in un “election day” sarebbe stato un arbitrio perché avrebbe privato l’elettore dei Referendum della terza possibilità, l’astensione dal voto che ha un valore costituzionale. Un errore marchiano, ci permettiamo di dire, perché tale possibilità sarebbe rimasta intatta in quanto l’elettore può rifiutare le schede se intende non partecipare a quel voto, quindi poteva non votare per i Referendum pur recandosi nella sezione elettorale per le amministrative. Anzi, l’arbitrio è stato non consentire l’abbinamento perché, oltre a risparmiare centinaia di milioni di euro, si sarebbe rispettato appieno lo spirito dei costituenti, di dare un peso anche a chi rifiuta la chiamata referendaria al voto, senza confonderlo con chi non va a votare sistematicamente o per degli impedimenti. E ci dispiace che sia proprio un abruzzese l’eminente conduttore televisivo incorso in tali scivoloni: il giornalismo politico viene tradito trascurando un tema così rilevante e dando messaggi fuorvianti. Ma se Atene piange, Sparta non ride, a “Matrix” si è parlato di manicomi, a parte Avetrana, Iara, il giallo di Civitella e quant’altro.
La privatizzazione senza liberalizzazione dell’Acqua, monopolio naturale
Tornando all’acqua, viene citato l’alto ammontare degli investimenti necessari per la rete idrica che è un colabrodo – 74 miliardi di euro in un arco decennale – ma questo aggrava il giudizio perché, in base a un semplice calcolo, si assicurano per legge oltre 5 mila miliardi di euro di profitti senza alcun rischio per gli investitori, trattandosi di monopoli senza concorrenza né interna né estera. E chi è il “benefattore” o “mecenate” che dispenserebbe questi oltre 5 mila miliardi di euro alle imprese favorite? E’ l’utente, perché l’anomala maggiorazione del 7% verrebbe caricata sulla bolletta; e allora è inaccettabile evitare il giudizio di coloro che dovrebbero pagare tutto questo facendo mancare il quorum con l’antidemocratico sfruttamento di una piega costituzionale, che non tiene conto dell’astensionismo fisiologico nel fissare una soglia divenuta ardua per questo motivo.
Certi politici hanno sfruttato le lacune normative delle leggi sulle incompatibilità: il sindaco di un grande comune e il presidente di provincia non possono candidarsi al Parlamento, mentre non vale l’inverso, di qui sfrontati e paradossali cumuli di incarichi di parlamentari che sono anche sindaci o presidenti di provincia per questo artificio avallato poi senza ritegno dalla commissione parlamentare competente, corriva con tale sfregio “in fraudem legis”. La stessa operazione spregiudicata la fanno ora strumentalizzando il varco apertosi nelle pieghe della Costituzione.
E il riferimento alle gare che viene presentato come la panacea di tutti i mali dell’attuale sistema di approvvigionamento e distribuzione idrica? Non parliamo di “cricca”, come pure si è fatto con qualche fondamento, e neppure dei grandi gruppi esteri dominanti, soprattutto francesi, con il rischio di colonizzazione in un settore vitale; ricordiamo il cambio di proprietà dell’autostrada Roma-L’Aquila, la gara con cui fu assegnata all’attuale gestore introduceva nel capitolato il raddoppio del pedaggio, e con questo raddoppiava il prezzo di vendita – cosa scandalosa tanto più in un asset ammortizzato anche se da sistemare e rinnovare – a spese degli utenti il cui pedaggio fu raddoppiato. Con esso raddoppiò a vantaggio del privato il lucroso incasso dalla vendita, mentre in tutte le altre autostrade italiane il pedaggio aumentava di pochissimi punti percentuali. Furono colpiti gli abruzzesi e i romani, nel disinteresse generale, ora lo saranno loro con tutti gli italiani.
E’ stato detto che le esperienze di privatizzazione in Italia e al’estero hanno dato risultati deludenti; del resto è la liberalizzazione, non la privatizzazione, la vera garanzia per il consumatore, e fare la seconda senza la prima è deleterio: ma qui non è possibile, siamo nel campo dei monopoli naturali dove, a differenza dei telefoni, l’utente non può passare da un operatore all’altro. Si è documentato che spesso la qualità del servizio è restata scadente, le bollette si sono impennate, in molti casi si è dovuta fare marcia indietro; perché i monopoli privati sono anche peggiori di quelli pubblici, se possibile, e qui – ripetiamo – la concorrenza non è di casa, a parte la fase delle gare: e conosciamo le “combine”, il miraggio del 7% di profitto assicurato per legge porterebbe a quanto di peggio le “cricche” possono inventare, a spese del consumatore-cittadino impotente. Mentre deve poter far sentire la sua voce e la sua protesta senza assegnazioni definitive e garantite, che saranno tanto più esposte ad irregolarità e abusi quanto più, come nella legge sottoposta a Referendum, vi è l’obbligo per legge di privatizzare una quota rilevante, e in una data in cui si affolleranno le gare con l’effetto negativo sul livello delle offerte, a vantaggio dei privati, che tutti possono immaginare.
Molto attuale è l’esperienza di Parigi, che dal gennaio 2010 “ha messo alla porta i privati” nella gestione dei servizi idrici – dopo un quarto di secolo di fallimenti sul piano della qualità erogata, della correttezza della gestione, e dell’adeguatezza delle infrastrutture – affidandoli a un ente pubblico di nuova concezione, “Eau de Paris”, che li ha migliorati ed ha abbassato le tariffe; e pensare che le più grandi compagnie private dominanti nel settore sono francesi! La marcia indietro dalla gestione dei grandi gruppi privati – di rapina per la qualità scadente e le tariffe elevate- è un insegnamento: il Vicesindaco di Parigi Anne Le Strat si è appellato per un doppio SI ai referendum italiani sull’acqua dicendo: “I privati non reinvestivano i loro guadagni per migliorare il servizio. Intanto, tutti i grandi lavori su acquedotti o infrastrutture continuavano a gravare sulle casse pubbliche”. Nel primo anno di gestione dell’ente “Eau de Paris” si sono risparmiati 35 milioni di euro rispetto alla gestione privata e si sono abbassate le tariffe dell’8%. Qualche esempio in sintonia c’è anche in Italia, ma Parigi ha tali dimensioni da assumere una valenza nazionale.
Queste superficiali spigolature su un tema tanto vasto quanto trascurato nelle lacunose informative agli elettori non vogliono dire che vada bene l’assetto attuale, con le municipalizzate che nell’acqua e negli altri servizi, rifiuti urbani in primis, presentano le gravissime, colpevoli carenze sotto gli occhi di tutti. Si dovrà rimettere mano alla normativa e agli strumenti operativi sull’esempio di Parigi – possibile solo se la legge sottoposta al Referendum sarà abrogata – per eliminare gli inammissibili privilegi concessi alle grandi compagnie che si accaparreranno l’acqua alle spalle del cittadino consumatore; e per fare chiarezza nella grande confusione bipartisan – la norma, difesa ora dal centrodestra, fu varata dal governo di centrosinistra – esplosa anche in accesi diverbi televisivi proprio sull’interpretazione di norme equivoche che in ogni caso vanno assolutamente riviste. La fiducia nei controlli sui privati delle autorità pubbliche non considera il peso degli interessi in gioco, che inciderebbero meno se il pubblico non abdicasse alle sue funzioni.
Le mistificazioni sul Nucleare
Abbiamo detto di volerci limitare ai termini generali, quelli di interesse culturale, cioè, in quanto incidono su valori e principi generali. Chiediamo venia di non aver tenuto fede a questo proposito per i due referendum sull’acqua. Non vorremmo ripeterci per il Referendum sul Nucleare.
Ma non possiamo ignorare le mistificazioni evidenti anche qui. La prima è stato l’espediente di cancellare in apparenza la norma sottoposta a referendum per sottrarla al giudizio popolare, sostituendola con una “moratoria” che non fa propria la posizione dei referendari, unico modo di evitare la consultazione. La seconda è lo straparlare dei grandi risparmi economici del nucleare sulla bolletta quando si tratta di investimenti giganteschi per l’entrata in funzione solo tra dieci anni, chissà a quali prezzi dell’uranio e a quali assetti del sistema energetico, dove la tecnologia potrà far fare passi da gigante alle altre fonti che non presentano i catastrofici rischi epocali del nucleare. E sono ben più flessibili e gestibili anche da un paese che non riesce a risolvere il problema dei rifiuti urbani delle famiglie italiane in una grande città di antica civiltà e cultura e di immensi pregi ambientali come Napoli, figurarsi alle prese con i rifiuti nucleari radioattivi per milioni di anni la cui eliminazione è ancora un problema assillante e insoluto e, più in generale, con i gravissimi problemi che pone un settore critico sul piano della sicurezza dagli incidenti e dalla criminalità!
Se la tecnologia nucleare farà progressi decisivi nella sicurezza, con il SI al Referendum l’Italia avrebbe messo alla porta per sempre la soluzione finale ai suoi annosi problemi energetici, viene proclamato. Non è vero neppure questo, il Referendum preclude solo per cinque anni di tornare sulla decisione, ed è un tempo minimo per un settore come quello di cui stiamo parlando; del resto che sia così lo prova il fatto che il governo è potuto tornare sul nucleare nonostante il referendum dopo Cernobyl perché è trascorso il periodo di tempo che lo inibiva. E le centrali francesi, svizzere e tedesche che ci circondano? Intanto i tedeschi hanno preso la decisione coraggiosa di chiudere l’ultima centrale nel 2020, proprio quando noi vorremmo aprire la nostra prima centrale, e gli svizzeri lo faranno anche loro in un arco di tempo maggiore. I francesi persistono nel loro impegno massiccio, per ora senza alternative, ma non dimentichiamo che non scelgono oggi, come invece facciamo noi. Potremo continuare così ad acquistare la loro energia da nucleare prodotta in esubero, nelle ore notturne quando crolla la domanda, per cui anche i prezzi di acquisto di tale fonte sono più bassi; la Francia è costretta a vendere l’energia che sopravanza a noi che con centrali più flessibili possiamo far valere un’insperata forza contrattuale. Quindi l’esempio francese non può valere per il nucleare, ma per l’acqua sì, come abbiamo visto citando “ex ore suo” il Vicesindaco parigino.
Sul fatto che la nostra sicurezza è messa a repentaglio dalle centrali poste lungo i confini per cui abbiamo gli svantaggi del rischio nucleare senza i vantaggi del presunto minore costo, basterebbe considerare che tale rischio si attenua con le chiusure delle centrali decise in Svizzera e in Germania. E basta vedere come le conseguenze esiziali di un incidente catastrofico decrescono con l’aumento della distanza dalla centrale: si va, infatti, dalla desertificazione epocale che rende i raggi ristretti inabitabili per sempre, a contaminazioni leggere che si riducono rapidamente.
In ogni modo, se la nostra bolletta ora è più cara per l’assenza del nucleare, c’è qualcuno disposto a credere che scenderebbe dopo gli immensi investimenti per produrlo? Che vorranno essere remunerati non meno del 7% garantito per quelli nell’acqua? Quando mai nel nostro paese una bolletta è diminuita? Anche se i vantati, ma non provati, minori costi del nucleare la alleggerissero, ci graverebbero altre voci, come è accaduto nell’addizionale alle accise della benzina per il ripristino dei fondi da destinare alla cultura; già le voci che gravano sulla bolletta sono tante ed eterogenee, vi sono anche gli incentivi per le fonti rinnovabili che dovrebbero andare sulla fiscalità generale, invece sono sulla bolletta dell’elettricità . Gli eventuali spazi aperti dai presunti risparmi del nucleare verrebbero subito occupati da altri prelievi che vi sarebbero caricati senza esitare.
Il Legittimo impedimento, per tutti i Ministri no!
Anche per il nucleare ci accorgiamo che, senza volerlo, siamo entrati nello specifico, e in modo affrettato, quindi superficiale, e ne chiediamo di nuovo venia, non era nostra intenzione, ci siamo lasciati andare. Per farci perdonare dedichiamo solo una notazione al Referendum di cui non abbiamo ancora parlato, quello sul Legittimo impedimento. Diciamo subito che in via di principio crediamo sia giustificata una certa protezione dei sommi vertici delle istituzioni da eventuali sconfinamenti giudiziari nel periodo in cui sono in carica, rinviando al termine i processi; il “lodo Alfano” poteva anche essere accettabile, però con legge costituzionale come sancito dalla Consulta.
Ma estendere la protezione a tutti i Ministri per evitare una nuova bocciatura sulla parità di trattamento, essendo il Presidente del Consiglio un “primus inter pares”, no, è troppo; soprattutto dopo il caso Brancher, neoministro senza portafoglio di un ministero fantasma – senza nome come la torta che il pescarese Luigi D’Amico battezzò così dopo la lettera di D’Annunzio – che accampò un legittimo impedimento basato sul nulla, e fece bene il Capo dello Stato a intervenire e l’opinione pubblica a insorgere. Il premier “legibus solutus” nel periodo del mandato, e magari con lui i presidenti delle tre massime cariche, passi. Ma lo squadrone dei ministri con o senza portafoglio, effettivi e fantasma, no, ripugna alla coscienza civile, suscita una ribellione irrefrenabile: pensiamo ai “ministeri” per l’“attuazione del programma” e per la “semplificazione”, tanto per citarne due.
Il nostro “endorsement” per il voto
Detto questo, ripetiamo che il nostro non è un “endorsement” ideologico, per l’una o l’altra posizione referendaria, anche se abbiamo citato alcune mistificazioni nella comunicazione e i motivi che ci hanno colpito in modo particolare; ma, avendo solo sfiorato i temi, possono esserci motivi ugualmente validi di segno opposto che non abbiamo considerato. Su quelli accennati siamo così sicuri che non vediamo come si possano capovolgerne le conclusioni; ma sarà sempre possibile dimostrare che ci sono argomenti altrettanto convincenti per passare dal SI al NO. Non lo escludiamo, però aggiungiamo che mentre con la vittoria del SI la discussione proseguirebbe perché andrebbe rivista la regolamentazione amputata delle norme abrogate, con la vittoria del NO o il fallimento del quorum i temi saranno cancellati. Sono riusciti a farlo nell’imminenza dei Referendum, violando anche gli obblighi di informare, figurarsi dopo il loro eventuale fallimento!
Ma se l’alternativa tra il SI e il NO è opinabile, crediamo lo sia meno l’alternativa tra partecipazione al voto e astensione “dal” voto pur legittima: mentre ci si può astenere molto semplicemente “nel” voto prendendo la scheda per riconsegnarla in bianco senza scegliere tra il SI e il NO se si è incerti. Ne abbiamo indicato le ragioni, l’indignazione verso chi mistifica cercando di indurre il tanto blandito “popolo sovrano” ad andare contro se stesso: e questo boicottando e quindi annullando, l’unico strumento di decisione diretta di cui dispone, del quale sono controparti proprio coloro che cercano di convincerlo a fare quello che è andato alla storia come il “sacrificio di Origene”, nel linguaggio popolare espresso nei termini più coloriti del “dispetto alla moglie”.
Quindi il nostro “endorsement” non è per una parte o un’opinione, ma per un fatto di civiltà e di democrazia: la partecipazione massiccia, totale al voto per dare un insegnamento, anzi una lezione non a questa o quella parte politica, ma alla classe politica in complesso e alle istituzioni: che il “popolo sovrano” non tollera più mistificazioni, si tiene stretto lo strumento costituzionale che gli dà forza decisionale diretta superando la rappresentanza parlamentare. Si tiene stretta la democrazia sostanziale dopo che si è tanto abusato della democrazia formale. E la fa valere su temi vitali per la sicurezza e la sopravvivenza di generazioni, come il Nucleare e l’Acqua; e su un tema simbolico di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge come il Legittimo impedimento.
Chi scrive di cultura come noi non se l’è sentita di restare a guardare, speriamo sia così per tutti.
Fabrizio Bastianelli
15 giugno 2011 a 19:54
In sintesi, con riferimento all’acqua e al nucleare la restaurazione ha vinto. Seguiteremo a disperdere nel terreno milioni di metri cubi d’acqua dalle reti idriche urbane, non verrà fatta una inchiesta sui “furti d’acqua” e per quali impieghi, seguiteremo a retribuire folti Consigli d’amministrazione e presidenze delle municipalizzate, non verranno approfondite le modalità e la correttezza delle assunzioni del personale, nessuno ci farà mai sapere complessivamente quante persone lavorano in questo comparto e quanto costano. Per fortuna in basa al primato del diritto comunitario sul diritto interno dovremo recepire la pertinente direttiva dell’Unione Europea che consente l’ingresso dei privati nel business dei servizi idrici anche perchè – se l’Italia non lo dovesse fare in omaggio al referendum – il giudice italiano, IN BASE AL PRIMATO DEL DIRITTO COMUNITARIO SUL DIRITTO INTERNO, DOVRA’DISAPPLICARE IL DIRITTO ITALIANO E APPLICARE IL DIRITTO COMUNITARIO.GRAZIE ALL’UNIONE EUROPEA le forze della restaurazione e della conservazione verranno sconfitte, ma quando?
ciro soria
13 giugno 2011 a 11:43
Per l’acqua sono sono con Te,per il nucleare ti dico che gli italiani sono per me sempre i primi della classe da Fermi in poi ed è un vero peccato che per studiare e sviluppare queste frontiere debbano andare all’estero
Le nostre centrali sono sicuro che sarebbero più che super sicure
Ciro soria
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fabrizio iacovoni
13 giugno 2011 a 09:27
Non sono d’accordo con l’amico Romano sulla distinzione tra cultura e politica.
Quest’ultima,intesa nel significato aulico e non paritico,e’ la nostra vita.Ma
l’autore e’ troppo intelligente per non capirlo.Per il resto si e’ d’accordo su tutto e l’”endorsement” per il voto e’ un pezzo di giornalismo di alto livello,che non ho letto neanche nei principali quotidiani nazionali.E’ veramente una lezione di civilta’,bravo Romano!
Anche per un motivo familiare, mi si consenta aggiungere qualche annotazione sull’Energia.Non solo in Germania ma anche nella Scandinavia e recentemente in Svizzera c’e un ripensamento sul Nucleare;e paradossalmente anche nella compagine governativa Francese c’e’ un dissenso su tale tipo di energia per non parlare dell’opposizione che fa dire alla Segòlene Royal che le pale eoliche saranno le loro centrali atomiche! A questo punto e’ doveroso ricordare mio fratello Franco Iacovoni,teramano,che fin dagli anni ’70 aveva rinnegato tale tipo di energia lui,ingegnere nucleare,per dedicarsi allo studio di quelle “pulite”.Non a caso si e’ costituito all’Enea un comitato a suo nome per
il Si contro il Nucleare.
Assunta Altieri
12 giugno 2011 a 13:49
Sono d’accordo con lei signor Levante. Non succede sovente quando i suoi pezzi si discostano dall’arte per spaziare nell’ambito di una “cultura allargata”, anzi credo non sia mai accaduto perché troppo spesso vi ho letto una chiara propensione alla difesa bendata talvolta dell’indifendibile.
In questo pezzo, invece, noto con piacere una certa obiettività: il referendum è una forma di espressione del popolo. Personalmente preferisco la democrazia rappresentativa a quella diretta, soprattutto quando i temi (come in questo caso) vanno affrontati con competenze tecniche e non di pancia. Non è possibile oggi in Italia.
Non tollero il banditaggio (perché di ciò si tratta) dell’invito all’astensione che equivale a una “non presa di posizione”. La paura di perdere spingendo per il no ha portato la classe politica di maggioranza alla più incivile, inopportuna, immorale, illecita, insensata… azione di discredito della Costituzione. Non poterne più è un diritto. Votare pure.