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Quando si verificano catastrofi naturali, ciò che soprattutto stimola la mia attenzione è lo stravolgimento della quotidianità: pochi minuti cambiano il modo di vivere e la visione stessa della vita, le priorità, i progetti, le abitudini, i sogni. Questo mi porta a cercare il contatto con la gente più che una mera informazione sulla cronologia e i dettagli scientifici dell’evento. Così mi sono informata sull’identità di alcuni corregionali che vivono in Giappone e, grazie a Facebook, ho raggiunto lo chef Arino de Berardinis, abruzzese di Giulianova che il 28 aprile dello scorso anno ha aperto un ristorante ad Hayama (nel distretto di Miura, nel Kanagawa).
Ho rivolto ad Arino alcune domande, e sono rimasta gradevolmente sorpresa dal ricevere non fredde e asettiche risposte, ma una vera e propria lettera. Ed è come tale che mi piace proporla ai lettori.
«Ciao Assunta, da sette anni vivo in questo splendido Paese, il Giappone. Ho avuto belle e brutte esperienze con i giapponesi, ma, di fatto, mi considero uno di loro sebbene sappia che mai uno straniero entrerà nella loro mentalità unica. È difficile da spiegare. Sono venuto in Giappone perché nel 2003 ho conosciuto mia moglie in Sud Africa. Vivere qua è bellissimo: tutti lavorano e ci tengono al proprio lavoro. C’è molto rispetto tra le persone. Qui il fannullone e il burlone si trovano a disagio. È come fumare una sigaretta in un parco: se nessuno fuma, quello che lo fa si trova a disagio.
L’anno scorso con un gruppo di giapponesi ho aperto una Trattoria che porta il mio nome ‘Arino’, situata sul mare, ad Hayama, vicino Kamakura la vecchia capitale giapponese che fu distrutta tanto tempo fa da un altro tsunami.
Non ho mai pensato alla centrale nucleare [ho chiesto ad Arino se prima dell’11 marzo avesse mai percepito la centrale nucleare come un pericolo - ndr]. Il Governo ci tiene informati, ma i giovani giapponesi non credono più di tanto [alle notizie rassicuranti che vengono diffuse - ndr] e lasciano Tokio, come fanno, del resto, alcuni stranieri. Ma la maggior parte resta.
Per la prima volta vedo preoccupati i giapponesi e senza energia mi pare che non si possa andare avanti. È triste: basta spegnere un neon in un supermercato e non sembra più lo stesso di prima. Io condivido il nucleare, ma non così esagerato come in Giappone. Appena arrivato mi lamentavo di non riuscire a vedere le stelle per via della enorme quantità di illuminazione. Solo adesso, dopo questa forte scossa, ho riscoperto la voglia di alzare gli occhi e vedere le stelle.»
Marco
3 aprile 2011 a 22:46
Salve mi chiamo Marco e sono di Giulianova, sono stato in Giappone lo scorso novembre e solo per mancanza di tempo non sono andato a far visita ad Arino che non conosco personalmente ma avevo piacere di conoscerlo in terra straniera. Personalmente non sono a favore del nucleare e mai lo sarò. Siamo stati 10 giorni in Giappone ma devo dire che per me i giapponesi sono la perfezione fatta persona, capisco perfettamente la difficoltà di integrarsi anche se loro sono molto accoglienti. Penso che noi italiani abbiamo molto da imparare sotto tutti i punti di vista e in tutti i campi. Un abbraccio ad Arino da un compaesano.
Assunta Altieri
18 marzo 2011 a 17:46
Walter: ho avuto la medesima sensazione. Credo che il segreto dell’integrazione stia proprio nel rispetto del Paese ospite, nelle sue tradizioni e nella sua cultura.
Walter De Berardinis
18 marzo 2011 a 01:16
Ho scoperto, tramite quest’articolo, il grande rispetto di mio fratello verso la sua 2 Patria.