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Nell’itinerario di rilettura dell’opera di Pasquale Scarpitti (Castel di Sangro 1923 – Pescara 1973) che andiamo conducendo su questa rivista, ci piace ricordare la prima raccolta di poesie Terra promessa uscita nel lontano 1951 per le edizioni Gastaldi di Milano, perché crediamo possa costituire il primo riferimento conosciuto di tutti quei motivi ispiratori che condussero il nostro scrittore a licenziare quel monumentale libro che è Discanto, ormai memoria perenne del nostro Abruzzo.
Terra promessa incarna la poetica della memoria che ebbe in Giovanni Pascoli uno dei maestri più illustri, dove le persone, i luoghi, le cose, gli ambienti diventano patrimonio genetico e rappresentano l’orizzonte da cui partire per il proprio personale viaggio poetico
Come fu per Montale, anche per Scarpitti il ricordo diviene un punto fermo di orientamento attraverso cui esplorare la realtà quotidiana: la memoria si trasforma in poesia, la parola è essenziale significante di intime confessioni e mai inutile segno di prolisse oratorie. E proprio in quegli anni Ungaretti lavora su quello che è stato definito il «terzo tempo» della sua poetica e affida ai personaggi di La terra promessa (titolo ripreso da Scarpitti che connota in questo modo l’influsso delle letture del poeta d’Alessandria) il simbolo di stagioni e di esistenze trascorse, motivi tanto cari allo scrittore abruzzese.
Così la silloge si apre a diverse aree tematiche, il verso diviene fusione di attimi fuggenti che colgono i diversi tempi dell’esistenza dell’uomo.
Castel di Sangro, la patria natia, diviene il luogo della memoria, custode di una vita lontana
[…] dove è rimasto qualcosa
che in queste sere
di calda primavera
mi recherà tristezza (Ho lasciato un paese)
richiamo perenne di
[…] lucciole fatte morire nelle siepi,
laddove il Sangro scava le sue frane.
Nella città straniera ho ritrovato
una dimenticata adolescenza,
l’estrema bontà che la vita mi serba,
qualcosa, o sera, che ritorna,
un sognare smarrito sulla piana
e come una speranza. (Luci sulla città)
fino al desiderio struggente di un ritorno invocato:
E’ questa l’ora che nel mio paese
l’ultimo sole squilla dalla piana
gelata contro i vetri. Di lontano
Aufidena si spegne tra le nevi
accesa nell’abbaglio del tramonto
breve. E cade la notte improvvisa
con l’urlo dei lupi sulla pianura.
La tramontana sospinge i fanali
Sulle facciate e fredda alza la luna.
Vorrei tornare ad ascoltare quel vento
miagolare oltre l’orto, tra le siepi
del fiume. Qui la luce mi consuma
come la sera che scivola pigra
e già nel volo addormenta i gabbiani. (E cade la notte improvvisa)
La lontananza dai propri luoghi, la permanenza a Napoli per gli studi universitari immediatamente dopo la guerra, non facevano altro che acuire il desiderio del ritorno e riversare nell’impegno poetico i valori di un mondo necessariamente lontano. Terra promessa diviene il costante riferimento del suo cammino di poeta, il bene momentaneamente perduto e da riconquistare, il sogno e la realtà da narrare in un caleidoscopio di sensazioni immerse nel mare di tragici ricordi (la morte del padre quando era ancora un ragazzo, la furia della guerra), di affetti lontani (la madre Santa, la sua gente), di meravigliati stupori (il lento ritorno alla normalità dopo l’esperienza bellica):
Io ti vedo tra limpidi cieli
terra di verdi pascoli,
di silenti contrade,
di trasparenze,
sospesa sui mari caduti in calma
veleggiare negli spazi celesti.
Terra di tenere alberature,
di cauti colori,
dove si giunge liberi,
in rifrazione col sole
sulle azzurre alture
disteso in quieti tramonti,
dove il sogno ha diffusioni infinite.
Un giorno navigherò con te
sui mari eterni dell’oblio
decomposto in luce,
o terra promessa. (Terra promessa)
Le immagini dell’Abruzzo, circoscritto nei luoghi natii, scorrevano negli occhi e nel cuore del giovane studente nonostante il buon ritiro napoletano che tanto gli donò in termini di nuove amicizie e di offerte culturali. E fu proprio la lontananza e la poetica del ricordo che gli dettero l’occasione di consolidare la sua mai nascosta vocazione di poeta e l’apertura del nuovo percorso di giornalista con il graduale allontanamento dagli studi scientifici (Facoltà di Ingegneria prima e successivamente di Matematica e Fisica).
Ma la stessa permanenza a Napoli, i nuovi contatti che gli si aprirono, impossibili nella sua Castel di Sangro, fecero crescere la consapevolezza di non poter mai ricalcare le orme dei padri:
Col vento di tramontana
è tempo di bruciare la paglia sui prati,
sbigottire le serpi già randagie,
sentire ancora l’acre fumo in gola.
Ma chi darà fuoco alle stoppie
se noi lasciamo i campi della piana
marcire alle prime acque d’autunno!
[…] E’ finita l’estate.
E’ così breve ogni gioia […].
(titolo di questa poesia: “E’ così breve”)
E Scarpitti si avviò per la sua strada, un viaggio che lo portò a molteplici esperienze culturali non dimenticando mai di indirizzare il percorso verso la sua Terra promessa.