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È stata inaugurata il 14 maggio 2010 al Janco Dada Museum (Ein Hod Artists’ Village) di Haifa (Israele), in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura della stessa città, la mostra “Drawing a Video”, a cura di Daniele Capra.
L’esposizione indaga i legami tra il disegno e il video d’artista attraverso le opere di Matteo Fato (Pescara, 1979), Emanuele Kabu (Belluno, 1978) e Laurina Paperina (Rovereto, 1980), nell’intento di dimostrare come il disegno rappresenti una “fonte creativa inesauribile ed in grado di concedere la massima libertà espressiva all’artista”.
Tale pratica si rivela oggi – contrariamente a quanto si possa pensare – di grande attualità, rinvigorita dall’uso delle nuove tecnologie: da un lato infatti l’avvento delle applicazioni elettroniche ha notevolmente aumentato le possibilità espressive per gli artisti, dall’altro il disegno è stato ormai pienamente riconosciuto nella sua entità compiuta di opera (non solo in ambito concettuale).
I video di Matteo Fato, Emanuele Kabu e Laurina Paperina, sebbene differenti per approccio e stile, testimoniano dunque l’applicazione della tecnica del disegno nel senso più ampio del termine.
Le opere in mostra sono accomunate dall’uso degli elementi basilari del disegno stesso, sia sotto il profilo descrittivo – quali l’essenzialità della linea o la capacità di definire i rapporti tra luce e ombra – che sotto gli aspetti più propriamente antiaccademici e pop, quali i colori piatti, le tinte acide e l’assenza di chiaroscuro.
È il “segno” in sostanza l’elemento fondamentale dei lavori di questi tre artisti, il fatto cioè che ogni fotogramma all’interno dei loro video sia stato pensato e creato – in maniera tradizionale o in digitale – attraverso un processo di costruzione e dunque di ‘tessitura’ di linee, figure geometriche, vuoti e pieni.
“Tutto il resto nasce dopo”, afferma il curatore, “germogliando dal movimento delle mani, tanto sul foglio di carta che sulla tavoletta grafica del computer”: qualsiasi altro pensiero prende cioè vita solo dopo che la linea ha lasciato il segno evidente della propria presenza.
La mostra è corredata da un catalogo bilingue in ebraico e inglese.