Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone
“Preserale” con Mariangela Melato il 13 maggio al Teatro Valle, intervistata sul palco; ai suoi lati il regista Massimo Luconi e l’attore Cristiano Dessì dello spettacolo serale “Il dolore”, in scena dall’11 al 23 maggio 2010. Un tavolino dal tappeto rosso come le poltrone e gli arredi è stato il divano dello psicanalista e insieme la scenografia, sono bastati a trasformare l’intervista in “teatro nel teatro”: facendo spettacolo senza volerlo fare, salendo in cattedra senza voler insegnare, dominando la scena senza voler recitare, scavando dentro l’animo con un racconto leggero fino al “serale” nel quale, con la rappresentazione di “Il dolore”, il solco interiore è divenuto profondo.
Serata d’attore al Teatro Valle, Mariangela Melato con il noto critico teatrale Rodolfo Di Giammarco nella “lectio magistralis” della sua “monografia di scena”, l’approfondimento che il teatro dedica alle figure più rappresentative. In platea gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Sivio d’Amico” e tanti appassionati: un pubblico “rapito”, tale si può definire l’atteggiamento degli spettatori condiviso dal regista Luconi dello spettacolo serale “Il dolore” e dall’attore Dessì, in scena alla fine con lei: “rapiti” anche loro, ed il motivo è presto spiegato.
Una confessione pubblica, una grande prova d’attore, “teatro nel teatro”
Non è stata una “lezione” ma una seduta psicanalitica, una confessione di cosa vuol dire fare teatro, sentire il teatro, essere attore. C’è stato molto da imparare, tanti assiomi dati per scontati vengono smentiti, e non c’è da discutere perché la Melato non ha esposto delle concezioni o delle teorie, delle metodiche o delle strategie, ha raccontato se stessa. Il suo essere e il suo sentire, in quel mondo particolare che è il teatro nel quale si muove con la leggerezza di un pesce in un acquario.
Una finzione che deve sembrare realtà, va costruita con autenticità in un meccanismo molto più complesso e speciale di quello che si è indotti a pensare, con le sue regole e i suoi condizionamenti, le minacce e le opportunità, Come la vita, del resto. Non valgono i luoghi comuni della spontaneità e della naturalezza, il percorso teatrale è ben diverso, e lei lo ha fatto capire.
Dobbiamo dire che il critico ha fatto un controcanto accorto, la sua è stata una continua dissolvenza dinanzi a un proscenio sempre più autorevole, di un’attrice non di una diva, ma proprio per questo con un carisma più profondo, una dimensione più elevata, una corazza meno perforabile.
Tutto è problematico nella vita, neppure la scienza dà delle certezze, Mariangela Melato le ha date. Ma non come messaggi universali per gli altri, ha raccontato se stessa trasformando in forza le proprie debolezze e fragilità che Di Giammarco ha accortamente disvelato, perché ne ha espresso piena consapevolezza. In questo è stata socratica, “so di non sapere” è alla base della saggezza, “so di essere fragile” ha confessato, è questa è la base della forza, nello specifico della sua forza.
Una padronanza di sé nel momento in cui rivela di non averne perché sente troppo il teatro, non riesce a entrare nel personaggio senza esserne coinvolta fino in fondo, e questo ha un costo esistenziale. Nessun calcolo dall’esterno ma neppure una spensierata naturalezza, bensì un controllo spietato su ogni movimento, ogni passaggio perché è quello del personaggio in cui si è calata e che deve rispettare, non è più il proprio su cui potrebbe sorvolare con disinvoltura.
Nulla di pedagogico nelle sue parole e nei suoi ragionamenti, in una seduta psicanalitica non si insegna, ci si apre e forse ci si sfoga, si esprime quello che è represso e ci si libera. In questo il critico ha avuto la maestria di scomparire dinanzi al gigante evocato dalla sua lampada di Aladino: il gigante era l’attore senza genere né sesso, la figura emersa dalle risposte della Melato si materializzava nella sua essenza oggettiva quanto più era riferita alla personale caratura di attrice.
E non vi è stato nulla di pedante, in una conversazione punteggiata da deliziosi siparietti, quasi delle gag, nel racconto di episodi e aneddoti godibilissimi che hanno tolto all’incontro il carattere serioso che avrebbe potuto assumere e non ha assunto anche per merito del critico, ma soprattutto per la carica umana della Melato, per molti versi sconosciuta a chi ne ha l’immagine paludata di grande attrice. Non diva, ci tiene a sottolineare marcando la superiorità dell’attrice che si rinnova sempre rispetto alla diva che non cambia mai e diventa un monumento di se stessa: alla prima ruga tutto crolla perché viene meno l’immutabilità su cui ha costruito la propria cifra di artista e anche di persona, la propria forza apparente che ha invece i piedi, o il volto, di argilla.
Ora è il momento di riportare le sue parole cercando di cucire i nostri appunti, per quanto parziali e imprecisi, lacunosi e inadeguati al fluire torrenziale di pensieri e di sentimenti. Anche noi eravamo “rapiti” e non ci siamo sentiti di registrare, ci sarebbe parso di sottrarre una “privacy” rivelata in pubblico che anche da parte nostra doveva essere recepita con una partecipazione viva e non carpita in modo meccanico; la “privacy” dell’attore, nelle sue motivazioni e nella sua presenza in scena, non della persona, va sottolineato, su questo la Melato è stata categorica, diremmo intransigente.
Per il resto lo spettatore è parte dello spettacolo, ha detto, e deve concorrere a creare la complessa alchimia della scena, per di più nel “preserale” si è creata un’alchimia ancora più intrigante. Non si registrano le sedute psicanalitiche, si elaborano e si metabolizzano. Così abbiamo cercato di fare perché, come avviene in questi casi, non siamo restati testimoni esterni, recettori estranei, ma ne siamo stati coinvolti fino ad essere portati a raccontare ciò che abbiamo recepito. Ed è stato tanto.
Quello che segue è il suo racconto-confessione di cos’è per lei fare teatro e come farlo, non ci sentiamo di interromperlo con le domande poste da Di Giammarco, abbiamo detto che ha avuto la maestria di lanciare l’amo e di scomparire, con leggerezza e accortezza, e anche con una soggezione neppure dissimulata. E’ ciò che ci voleva per dare alla serata l’emozione di una prima teatrale.
Porteremo alle estreme conseguenze la sua scelta appropriata riportando soltanto le parole della Melato in un monologo senza interruzioni, come le abbiamo recepite. Un monologo che lei ha detto di aver sempre evitato perché non le piace la solitudine sulla scena. Eppure il 13 maggio i monologhi sono stati due: un grande regalo per noi. Come ciò sia stato possibile lo sapremo alla fine, dalle sue parole e dalla sua azione scenica, che apre il monologo alla partecipazione corale.
- Essere una persona, tanto più una donna, essere “una di voi” non è una notizia, è un’ovvietà, e poi siamo tutti simili ma anche diversi – Così inizia la conversazione, la trasformiamo in monologo senza soluzione di continuità e senza virgolette, i nostri appunti non hanno tale pretesa. Ma poiché nel teatro della Melato il pubblico è co-protagonista e conta come riceve il messaggio dell’attore, ci sentiamo di metterlo in pratica riferendo ciò che abbiamo recepito, senza imbarazzi né incertezze.
- Il mio nome è l’anagramma di Amleto, non lo scopro oggi, ma finora non l’ho mai recitato anche se forse mi sarebbe piaciuto. Non la ritengo una predestinazione, anche se ho avuto la fortuna di avere grandi maestri, da Visconti a Strehler, a Ronconi; e la mia iniziazione è stata proprio in questo teatro, e con il grande Visconti, se non mi fosse stato ricordato non ci avrei pensato. Ma non è avvenuto come tutti potrebbero pensare, fu un provino “sui generis” che voglio raccontare.
Ero stravagante, come certa gioventù di allora, venni a Roma in treno inventando una scusa ai miei, arrivai al luogo del provino con i miei capelli corvini arruffati, il vestito di iuta, le ciglia finte costruite da me, una sorta di “Cleopatra dei poveri”; trovai una sala piena di ragazze, tutte bionde belle ricche romane, così mi sembrarono. Decisi di rinunciare, la missione mi parve impossibile; andai in bagno a struccarmi, per prima cosa staccai le striscioline nere in fondo alle palpebre.
Invece fui chiamata, non mi asciugai neppure, d’istinto entrai nello platea dove si facevano i provini, senza le ciglia posticce e tutta bagnata. L’esaminatore scandiva lentamente con voce impostata la parte in cui dovevo inserirmi leggendo un testo, lo lessi a velocità supersonica con voce stridula, male in arnese nell’aspetto come nell’atteggiamento, volevo che tutto finisse presto.
La voce impostata, ancora più profonda, scandì: “Accetterebbe di tagliarsi i capelli?” Risposi con la stessa voce stridula: “Anche i piedi”. Così nacque l’attrice, in un momento magico: un bel ricordo.
Lo spettacolo di questa sera ha un profondo legame con la realtà, riguarda la memoria, le responsabilità personali e collettive, calza molto con il mio essere attrice. Prediligo la riflessione sulla realtà, con le sue luci e ombre, sul male e sulla coscienza che deve fronteggiarlo. La mia interpretazione risponde a un’esigenza che è insieme personale e sociale, questo è alla base della mia accettazione della parte. E’ come se scattasse una consapevolezza misteriosa, se lo spettacolo mi gratifica sento di dover ripagare di questo con un impegno che va oltre la cifra d’attore.
Dalla gratifica dell’attore alla felicità della persona ce ne corre. Io non sono una donna felice, ma mi comporto come tale. La felicità è difficile da raggiungere, e quando questo avviene è per momenti particolari. Ci si accorge della felicità quando manca, come per una mano o quant’altro sia importante. Quando c’è non si avverte, occorre la mancanza per sentire la mancanza.
Le disposizioni dell’animo sono diverse e variabili, ci sono momenti bui e momenti luminosi, c’è sempre chi sta peggio di noi e non bisogna mai dimenticarlo. Della vita in complesso si può dire che è difficile, non felice; purtroppo i momenti felici li lasciamo sfuggire e ce ne accorgiamo solo quando mancano, presi da troppe cose. Che non dovrebbero pesare e invece pesano.
I modi di essere hanno maggiore o minore sensibilità. Io credo di avere la sensibilità necessaria per questo mestiere, in cui si deve avere una percezione e un’attenzione maggiore alla vita degli altri.
Parlo di me attrice, la persona va rispettata, si deve tenere fuori. Il nostro essere riguarda soltanto noi, ci appartiene, non va ostentato. Non se ne può più dell’esibizione del privato in pubblico, nella televisione soprattutto, della mancanza di pudore nel riversare le debolezze e i sentimenti, le malattie e le infelicità: chi se ne frega di queste vicende personali che presentano la parte peggiore invece di quella migliore. Bisogna che tutti ritrovino il senso della dignità.
Tornando a me attrice, cerco di essere sempre all’altezza, per questo sono una critica feroce di me stessa, curo molto i particolari. Sì, sono fragile, e se non avessi questa fragilità non potrei essere quello che sono, farei altre cose. Ogni spettacolo, ogni sera, per me è una nuova conquista.
I segni particolari, l’identità di chi ha interpretato i ruoli più diversi, dalla bambina di sei anni alla centenaria, sono misteriosi, indecifrabili. Forse potrei trovarli nella ricerca continua del nuovo, nel bisogno mai soddisfatto di conoscenza che si traduce in ruoli molto diversi: mi piace cambiare, sorprendermi per prima. E’ bene anche allontanarci da noi per esplorare altri lidi, alla base c’è sempre la voglia di conoscere gli altri. Dopo “Sola me ne vo”, una commedia in cui ballo e canto, interpreto “Il dolore”, un’introspezione dolorosa e sofferta in una tragedia personale e collettiva.
Questa dedizione costringe alla solitudine, e la mia vita ne è segnata, ma ti fa comprendere gli altri e le loro ragioni dopo averne fatto la conoscenza. Parlo di altri non solo in positivo, vado alla ricerca di ruoli contrastanti, non solo edificanti, anche gli eroi negativi mi attirano, sono parte della vita.
Non sono una diva, ma un’attrice. Le dive sono, o meglio credono di essere, immutabili, non scalfite dal tempo, per questo quando il tempo si fa sentire, ai primi segni viene meno l’immagine che hanno costruito, è come se crollasse il monumento di se stesse. L’attore invece è cambiamento continuo, è nella sua natura essere scalfito dal tempo, va accettato tutto, in più e in meno.
Le mie mani sono sguscianti, mani allo stato puro che superano i generi, e così la voce? Posso raccontare un episodio. Una sera degli amici fecero uno scherzo, mi portarono in un club, a un certo punto mi presero alla sprovvista presentandomi al microfono come “il più grande travestito d’Italia”, io negai con forza ma il pubblico non voleva ascoltare le mie ragioni, poco ci mancò che dovessi “esibirmi” per convincerli. La mia voce è particolare, non faccio nulla per averla così o per cambiarla, fumo poco, il regista dice che è straordinaria perché nel suo speciale timbro ha un’impressionante varietà di registri; la controllo come tutto ciò che rientra nell’interpretazione.
Il controllo fa parte del mio modo di preparare la parte e di andare in scena, nulla è occasionale e istintivo, non sono un’attrice “naturale” ma “di calcolo” perché consapevole di tutto quanto deve essere verificato e studiato attentamente per riprodurlo senza devianze, cercando la perfezione.
La mia recitazione non è mai un fatto di routine, ma di consapevolezza, i vari personaggi hanno un diverso modo di pesare sulla scena, modi differenti di piegarsi a destra o a sinistra. Ma attenzione, il controllo e la preparazione non fanno venir meno l’emozione del momento, la voce e l’interpretazione ne seguono gli alti e i bassi in una ricerca continua, in simbiosi con il pubblico.
Ricordi dei colleghi? Vittorio Gassman ha rivelato un’inattesa debolezza e timidezza dietro l’inossidabile artista dall’apparente coriacea durezza, l’impermeabilità spesso nasconde la fragilità.
Di Giammaria Volonté ho ricordi meno amari. Uno è serio: lui aveva molta cura per la presenza fisica, nell’interpretazione la controllava in ogni particolare, la voce veniva solo al doppiaggio, a teatro era meno efficace perché serviva un controllo contemporaneo, il suo era uno sdoppiamento intrigante. L’altro è curioso: credevo di fare un provino invece era una parte con Giammaria, ero soggiogata dalla sua fama d’attore e di personaggio, poi si trattava di una scena imbarazzante, simulare l’amore sotto le lenzuola; proclamavo di continuo con lui di avere i piedi freddi, era tutto preso dalla scena ripetuta un’infinità di volte, c’era da assumere posizioni inequivocabili…
E poi Giorgio Gaber, una persona straordinaria, dalla grande fragilità e dedizione, è stato troppo sottovalutato, ci si sta accorgendo della sua grandezza soltanto adesso, la mancanza fa sentire la mancanza che non si avvertiva quando c’era il suo “Teatro canzone” e la sua figura così intensa.
Ma è di Valeria Moriconi che vorrei ricordare due episodi particolari, godibilissimi, alterni come lo è la vita. Il primo di straordinaria sensibilità: ci conoscevamo poco, venne una sera a un mio spettacolo, poi mi salutò in camerino consegnandomi un biglietto in una busta, c’era scritto “Mariangela Melato è la più grande attrice italiana”, le chiesi il significato. Rispose che glielo aveva dato suo padre per me da diversi anni, lei non me lo aveva mai trasmesso per evidenti motivi, questa sera aveva capito che aveva ragione. Un diapason in tutti i sensi. L’altro sembra, al contrario, di totale incomprensione: un giorno mi disse che andava con un’amica a Hong Kong per una vacanza di dieci giorni, dissi subito d’impulso “Vengo anch’io”, lo feci veramente: fu una vacanza d’inferno, condividere la stanza e quelle giornate fece emergere l’opposto in tutto, tornai stremata, il mio fidanzato non capì, un disastro. Lo specchio della vita nei due volti del rapporto con Valeria.
Voglio però chiudere rivolgendomi agli altri colleghi, al personale del teatro che fa andare in scena gli spettacoli, è con loro che deve nascere l’alchemia, oltre e prima che con il pubblico; vedo da loro se uno spettacolo funziona, cerco sempre il gruppo, credo nella sua forza, non lavoro da sola anche quando vado da sola in scena e ci resto per tutta la rappresentazione come in “Il dolore” -.
Si va in scena, la Melato interpreta il dolore
L’attrice ha parlato anche dello spettacolo serale, e così ha fatto il regista Massimo Luconi che con lei ha adattato il testo di Marguerite Duras, dal romanzo pubblicato quarant’anni dopo, tratto dal diario autentico scritto nel 1944-45 che grida con lo strazio della verità il dolore provato nell’angosciosa attesa del marito Robert deportato a Dachau; nella divisa del lager si vedrà alla fine l’attore Cristiano Dessì, in un breve apparizione a fianco della grandissima protagonista assoluta.
Cosa dice il regista? L’autrice del romanzo adattato per il teatro “è sempre dentro e fuori e si osserva come dietro una macchina da presa”, il linguaggio è “secco, asciutto, come graffi o incisioni della penna sulla carta, e di un pensiero non logico, ma mentale e viscerale, come flash o schegge impazzite del subconscio che si inseriscono nella vita quotidiana”. Su questo linguaggio, “inusitato per il teatro”, s’innesta l’interpretazione: “Mariangela Melato apre le sue viscere, il tormento, i suoi gangli nervosi, offrendoci un raro spaccato di vita e letteratura mischiate mirabilmente in maniera alchemica, assoluta e disperata”.
Ascoltiamo anche lei, ha parlato di alchemia nei suoi rapporti con lo spettacolo e con il pubblico, ma anche di partecipazione e di coscienza, quindi di contenuti. Inizia con quelli più laceranti, e qui lasciamo la forma del monologo anche se le sue parole ne fanno parte: “C’è un dolore che distrugge la memoria, ma quello dell’olocausto non deve far dimenticare, sembra impossibile che sia avvenuto e mentre lo pensiamo non ci rendiamo conto che avviene tuttora in molte parti del mondo anche se in dimensioni minori; se si dimentica il male può ritornare, perciò dobbiamo ricordare affinché non succeda più, altrimenti non saremmo esseri umani ma bestie”.
La sua visione va oltre il fatto che viene “rivisitato un calvario” scolpito nella storia e nella memoria. Attraverso la tragedia sono messi in primo piano valori ancora più generali, quelli delle donne “portatrici di un maggiore dolore rispetto agli uomini, perché devono essere capaci di sofferenza e di attesa”. E’ una “narrazione dell’attesa”, per il regista Luconi, “la distorsione tra realtà e pensiero, quando si ha paura o si è vinti dal dolore, quando si è sotto pressione per l’ansia, l’attesa: lei si guarda da fuori ma è dentro”. Di esserci fino alle viscere, la Melato nel dare corpo al personaggio lo dimostra fisicamente, e lo rivela: “Anche se il pubblico non se ne avvede, resto con le spalle contratte per tutto il tempo: è la trasposizione fisica dell’oppressione interiore, così si realizza il diverso modo di pesare e di piegarsi sulla scena, anche la voce cambia, si contrae”.
Uscendo dalla “lectio magistralis”, ecco cosa scrive la Melato: “L’attesa in cui vive la protagonista de ‘Il dolore’ è identica a quella di tutte le donne del mondo che aspettano, non solo in un periodo di guerra, ma nei momenti di abbandono, di sofferenza interiore, e testimonia una capacità di sopportazione tipicamente femminile che mi ha molto colpito”. Protagonista non è tanto o solo il fatto storico, quanto “lo stato d’animo della protagonista, che è comune a tante donne, quel saper attendere, quel rimuginare sull’attesa, quel essere fragilissime nella sensazione dell’abbandono, della paura del dolore, ma insieme tenaci come solo le donne sanno essere”.
Dalla platea siamo saliti al secondo palco di platea di sinistra, in un teatro affollatissimo, ci troviamo sopra la scena, il palcoscenico è stato portato avanti per favorire il contatto con il pubblico. Possiamo gustare anche il battito di ciglia dell’attrice, sola in scena con un baule e qualche vecchio libro, delle sedie e un tavolino; ma non è sola, le fa compagnia l’angoscia dell’attesa.
Traspare da un’interpretazione pur misurata e scevra di retorica, controllata nei toni bassi ma che esplode in momenti strazianti, come il silenzio spettrale viene spezzato all’improvviso da rumori laceranti, la pioggia di calzature dall’alto, le esplosioni e le violenze sonore che rompono l’udito e fanno da cesure dolorose a un’attesa spasmodica. E’ la stessa graffiante icasticità della scrittura.
L’ultima sorpresa è il colloquio finale con il pubblico, vi aveva accennato Di Giammarco, dicendo di averla vista in una precedente recita rivolgersi agli spettatori con gli occhi lucidi. Avevamo sottovalutato questa rivelazione e la risposta di Mariangela Melato in cui entravano le parole “dolore e attenzione, silenzio e partecipazione”. E l’affermazione: “Comunicazione è la vera ragione del teatro, avere la capacità di captare il silenzio, che realizza una partecipazione miracolosa”.
Ebbene, il silenzio c’è stato, totale per l’intera ora di rappresentazione, e alla fine l’attrice lo ha detto al pubblico. L’alchemia è scattata di nuovo, così la “partecipazione miracolosa”.
Non li abbiamo visti, dalla posizione in cui eravamo. Ma siamo convinti che aveva gli occhi lucidi.
claudio
15 maggio 2010 a 13:50
Buongiorno a tutti i lettori. Come di consueto vorrei lasciare un piccolo contributo di pensiero relativamente a questo articolo, e in questo caso raccontare anche un piccolo aneddoto. Ero a Teatro con Romano, e condivido pienamente le sue parole sulla carica di umana sensibilità e schiettezza della Signora Melato. La sua chiacchierata col pubblico è stata deliziosa e spontanea, come soltanto una gran signora sa fare. Signora del palcoscenico, perchè Signora nella vita quotidiana, e interprete sopra le righe in quanto TRASMETTE ciò che prova ai presenti. Lo ha fatto durante tutta la sua attività professionale, sullo schermo, grande e piccolo, e sul palco.
Aggraziata, pacata e al tempo stesso graffiante e spontanea, la definisco una amica di tutti coloro che sanno cogliere le sue umane debolezze, i suoi impeti, le sue paure, la sua forza. Un mèlange di apprpriato e delicato equilibrio. BRAVA!
Ora l’aneddoto: ho raccontato alla signora melato che avevo già avuto modo di incontrarla sull’assolata spiaggia di Ostia, al bagno MARESOLE, il 5 settembre del 1980 in compagnia del meraviglioso Orazio Orlando e di Benigni. Io, allora sedicenne mi trovavo con amici al mare e una volta riconosciutala l’ho avvicinata e salutata stringendole la mano e dicendole che la seguivo sullo schermo. In quel momento dovevo acquistare una focaccina – avevo come sempre molta fame – soprattutto dopo la nuotata ma ero sprovvisto di monete per l’acquisto. Bene, lei immediatamente mi pagò il panino! per non costringermi a tornare al bungalow. L’episodio mi è rimasto impresso nella memoria… ma ecco la sorpresa! Raccontandaglielo l’altra sera, lei ha ammesso di ricordarsi bene ed ha aggiunto una parola di affetto per il compianto Orlando. Ecco, questa è la signora Melato. Gran donna e grande attrice.